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Messa di apertura della GMG (15 luglio 2008)


[in fondo alla pagina è possibile visualizzare e scaricare l'intera Omelia in formato .pdf - 66 kb]


Sappiamo tutti che Cristo Nostro Signore è spesso descritto come il Buon Pastore del salmo responsoriale di oggi. Ci conduce ad acque tranquille, rinvigorisce il nostro spirito e ci permette di riposare. Riferendosi a questa immagine in un’altra occasione Gesù spiega che questo pastore è pronto a lasciare le altre 99 pecore per andare in cerca di quella smarrita. Ai giorni nostri vi sono pochi Paesi in cui i pastori si occupano solo di 20 o 30 pecore, e qui in Australia, una terra dalle vaste fattorie e con molti capi di bestiame, le parole del Signore sembrerebbero non rispecchiare la realtà. Se le pecorelle smarritte fossero preziose e in buona salute, forse varrebbe la pena di spendere tempo per cercarle. Ma il più delle volte esse sono dimenticate senza che la loro assenza sia notata. Gesù ha affermato che sia Lui che suo Padre non sono così, perché Lui conosce ogni percora del suo gregge e, come un padre buono, si mette alla ricerca della pecorella smarrita, specialmente quando questa è malata o nei guai, o non riesce a cavarsela da sola.

Prima, all’inizio di questa Messa, vi ho dato il benvenuto a questa settimana della Giornata Mondiale della Gioventù, e ora colgo l’occasione per rinnovarvi questo benvenuto. Così facendo non voglio iniziare con le novantanove pecore in buona salute, ovvero con tutti quelli che tra voi hanno il cuore aperto allo Spirito e sono già diventati dei testimoni instancabili di amore e di fede. Voglio iniziare ad accogliere e a incoraggiare quanti tra voi si sentono smarriti o si trovano in uno stato di profonda sofferenza, quanti fanno fatica a sperare e quanti la speranza l’hanno già persa completamente. Giovani e adulti, uomini e donne, Cristo non ha mai smesso di chiamare tutti voi che soffrite; da duemila anni vi invita a cercare in Lui riconforto. Le cause della vostra sofferenza possono essere molteplici e legate a problemi di alcol e di droga, a crisi familiari, a uno stato di concupiscenza, alla solitudine o al decesso di una persona cara. Oppure potrebbero anche essere legate al vuoto lasciato da un successo effimero.

La chiamata di Cristo è rivolta a tutti coloro che si trovano in questo stato di sofferenza, non solo ai cristiani e ai cattolici, ma anche, e soprattutto, a tutti coloro che non appartengono a nessuna religione. Cristo vi chiama a casa e vi invita ad amare, ad assistervi reciprocamente e a fare comunità. La prima lettura di oggi è tratta dal libro di Ezechiele, uno dei più grandi profeti di stirpe ebraica insieme a Isaia e a Geremia. Per voi australiani, abituati a vedere molte parti dell’Australia soffrire ancora la siccità, l’immagine della “valle di ossa inaridite e di scheletri senza carne” dovrebbe essere eloquente. Questa immagine inquietante è rivolta in modo particolare a tutti coloro che sono tentati di affermare che “la nostra speranza è svanita [e che] siamo perduti”.

Questo non è vero finché possiamo ancora scegliere. Finché viviamo possiamo sempre scegliere di sperare e la speranza cristiana porta con sé la fede e l’amore. Fino alla fine saremo sempre liberi di scegliere e di agire. L’immagine della valle delle ossa inaridite, la più spettacolare dell’intera Bibbia, fu rivelata da Dio per mezzo del profeta Ezechiele al tempo in cui il popolo ebraico era tenuto prigioniero a Babilonia, probabilmente più verso l’inizio che non verso la fine del VI secolo a.C.. Il popolo ebraico aveva subito il dominio degli Assiri e il suo declino politico era iniziato già da 150 anni. In seguito, nel 587, arrivò l’ultima e definitiva sconfitta, una catastrofe che per gli ebrei segnò l’inizio della deportazione e dell’esilio. Essi erano disperati, si sentivano impotenti e pensavano che non avrebbero mai potuto cambiare la situazione nella quale si trovavano.

Questi sono i fatti storici che facevano da sfondo alla drammatica visione di Ezechiele, una visione in cui i morti erano proprio morti, ridotti alla condizione di bianchi scheletri da uccelli predatori che avevano appena finito di cibarsi delle loro carni. La valle era un immenso campo di battaglia di cadaveri insepolti. In questa valle, Dio affida a un esitante e perplesso Ezechiele l’incarico di profetizzare; non appena Ezechiele profetizza, le ossa si riaccostano l’una all’altra con rumore e la terra si mette a tremare. I tendini si riallacciano, la carne e la pelle tornano a ricoprire i corpi.

Ma perché tutto si compia un altro elemento è necessario: il soffio vitale, lo Spirito, giunto dai quattro angoli della Terra per rianimare i corpi; alla sua venuta essi “ritorna[no] in vita, si alza[no] in piedi [e formano] un esercito grande [e] sterminato”. Mentre noi guardiamo a questa visione come a una prefigurazione della morte e della risurrezione, dobbiamo tenere presente che gli ebrei, al tempo di Ezechiele, non credevano nella vita dopo la morte. Per loro l’esercito grande e sterminato rappresentava il popolo ebraico, ovvero gli ebrei del Regno del Nord deportati in Assiria, quelli che erano rimasti in patria e quelli che vivevano a Babilonia. Tutti aspettavano di ricongiungersi nella loro terra e sapevano che l’unico e vero Dio l’avrebbe fatto. E così avvenne.

Nel corso dei secoli noi cristiani abbiamo utilizzato questo passo tratto dalle Sacre Scritture a Pasqua, specialmente nella notte del Sabato Santo, per il battesimo dei catecumeni. Il passo offre un’immagine potente del potere rigeneratore dell’unico e vero Dio per questa vita e per l’eternità.
La saggezza popolare insegna che la volpe perde il pelo ma non il vizio, ma noi cristiani crediamo che lo Spirito ha il potere di convertire e di cambiare le persone, di distoglierle dal male e di conquistarle al bene, e di tramutare l’incertezza e la paura in fede e speranza. La visione di Ezechiele rafforza la fede dei credenti, perché i credenti conoscono la forza della benevolenza di Dio e la capacità della tradizione cattolica e cristiana di generare nuova vita e di prosperare anche nelle circostanze più improbabili.

La stessa forza che si intravede nella visione di Ezechiele ci viene offerta oggi, viene offerta a ciascuno di noi senza eccezioni. In particolare, voi giovani pellegrini potete guardare al futuro che vi sta davanti, così promettente. La parabola del Vangelo del seminatore e del seme vi ricorda la grande opportunità che avete di abbracciare la vostra vocazione e di produrre un raccolto abbondante, raccogliendo il centuplo. La prima parabola di Gesù che Luca, Marco e Matteo riportano nei loro scritti è quella del seminatore. Questa parabola spiega alcune delle verità fondamentali, suggerendo le difficoltà che possiamo incontrare quando cerchiamo di essere discepoli di Cristo e illustrando delle forme di vita alternative a una vita cristiana feconda . In questo caso la fedeltà non è né facile, né scontata.

Un dato di fatto rende la parabola del seminatore ancora più plausibile. In effetti sembra che gli ebrei ai tempi di Gesù gettassero i semi sul terreno prima di ararlo; questo spiega un po’ meglio perché i semi si trovino in posti improbabili, e non nei solchi dell’aratro. Siamo forse noi tra quelli portati via dal diavolo, come Gesù spiega attraverso l’immagine del seme divorato dagli uccelli del cielo? Suppongo che nessuno di voi, qui presente a questa Messa, si trovi in questa categoria. Alcuni di noi potrebbero essere come il seme che cade sulla pietra che non può mettere radici. Quelli che si trovano in questa seconda categoria molto probabilmente si stanno sforzando di ricominciare una nuova vita spirituale, o almeno stanno prendendo in considerazione l’idea di farlo. Molti di noi si trovano nella terza o nella quarta categoria: il seme è caduto sulla terra buona, sta crescendo e si sta sviluppando.

Tuttavia corriamo sempre il rischio di essere zappati via dai problemi della vita. Tutti noi, giovani e meno giovani, dobbiamo pregare per rimanere saggi e perseveranti. Non faccio fatica a credere che il Signore abbia spiegato questa parabola ai suoi più fedeli discepoli e che in seguito essi gli abbiano più volte chiesto delle spiegazioni. Tuttavia, alle domande dei discepoli il Signore risponde in modo sbalorditivo dividendo i suoi allievi in due gruppi. Il primo gruppo comprende quelli a cui i misteri del Regno sono rivelati; il secondo quelli per cui le parabole rimarranno sempre e solo parabole. Questo secondo gruppo è composto dalle persone che, secondo le parole del profeta Isaia, “guard[ano], ma non ved[ono]; ascolt[ano], ma non intend[ono]”.

Probabilmente sono i discepoli stessi a coniare questa espressione per esprimere il loro stupore di fronte al fatto che sono ancora tanti quelli che non credono agli insegnamenti del Maestro. Perché oggi è ancora così? Cosa dobbiamo fare per essere tra quelli a cui i misteri del Regno sono rivelati? La chiamata dell’unico e vero Dio rimane misteriosa, specialmente oggi che molte brave persone fanno fatica a credere. Anche al tempo dei profeti molte persone rimanevano spiritualmente sorde e cieche, e molte altre nel corso dei secoli hanno ammirato la bellezza degli insegnamenti di Gesù senza mai rispondere alla sua chiamata.

Il nostro compito è quello di rimanere aperti alla potenza dello Spirito per permettere al Signore di operare attraverso di noi. Le motivazioni umane sono complesse e misteriose; a volte capita che i cattolici e i cristiani più convinti siano sì assidui nella preghiera e nel compiere il bene, ma altresì determinati a non spingersi oltre. Al contrario, alcuni seguaci di Cristo, pur essendo molto meno zelanti e fedeli, sono disposti a crescere, a cambiare in meglio, perché con umiltà prendono atto delle proprie debolezze e della propria ignoranza. Voi in quale situazione vi trovate? Qualunque sia la nostra situazione dobbiamo pregare perché il nostro cuore rimanga aperto e per ricevere il coraggio di andare avanti, anche se abbiamo paura di avventurarci troppo lontano. Se prendiamo Dio per mano, sarà lui a condurci. Il segreto è la fiducia. Dio non ci deluderà. Come possiamo evitare di passare dall’ultima categoria, la migliore, quella dei portatori di frutto, alla categoria di quelli “che sono zappati via dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita” e che non producono alcun frutto?

La seconda lettura, tratta dalla lettera di San Paolo ai Galati, ci guida nella giusta direzione ricordandoci che ciascuno di noi deve prendere posizione nell’antica lotta tra il bene e il male, scegliendo, secondo le parole di San Paolo, di lasciarsi guidare dalla carne o dallo Spirito. Non si può restare sul confine e rimanere “in campo neutrale"; è necessario schierarsi con l’uno o l’altro dei belligeranti. La vita ci impone di scegliere, ma non possiamo scegliere di restare neutrali. Porteremo buoni frutti solo se impareremo il linguaggio della Croce e lo iscriveremo nei nostri cuori. Il linguaggio della Croce ci porta i frutti dello Spirito, che San Paolo elenca. Lo Spirito ci dona pace e gioia, e ci permette di essere sempre gentili e generosi verso il prossimo. Seguire Cristo comporta sacrifici, e questo non è sempre facile, perché dobbiamo lottare contro quella che San Paolo chiama “la carne”; dobbiamo cercare di non essere più schiavi di noi stessi e di liberarci dal nostro solito vecchio egoismo. E vi assicuro che la battaglia non è semplice, neanche per i vecchi come me! Non passate la vita senza prendere posizione, pensando che sia meglio non scegliere, perché è prestando fede agli impegni presi che potrete vivere in pienezza. La felicità sta nello svolgere sempre i nostri compiti e il nostro dovere, soprattutto quando si tratta di piccole cose, così che possiamo prepararci ad affrontare impegni sempre maggiori. Sono molti quelli che hanno scoperto la propria vocazione alle Giornate Mondiali della Gioventù.

Essere discepoli di Gesù richiede disciplina, in particolare autodisciplina, cioè quello che San Paolo chiama dominio di sé. L’esercizio dell’autocontrollo non vi renderà perfetti (non ha reso perfetto neanche me), ma il dominio di sé è necessario per proteggere e far crescere l’amore racchiuso nei nostri cuori e per evitare che gli altri, specialmente la nostra famiglia e i nostri amici, siano feriti dai nostri gesti di cattiveria e dalle nostre inadempienze. Prego che con la forza dello Spirito tutti voi possiate entrare a far parte di quel grande esercito di santi che è stato rivelato per bocca del profeta Ezechiele, un esercito salvato e rinato, che ha arricchito la storia dell'umanità per innumerevoli generazioni e che ora vive dopo la morte godendo del premio eterno del Paradiso.

Vorrei concludere riadattando uno dei discorsi più celebri di Sant’Agostino, il più grande teologo del primo millennio, che, circa 1600 anni fa, è stato anche vescovo nella piccola cittadina nordafricana di Ippona. Spero che nei prossimi cinque giorni di festa e di preghiera la vostra anima possa elevarsi, come alla mia capita sempre, spinta dall'entusiasmo di questa Giornata Mondiale della Gioventù. Dovete essere felici, e grati a Dio, per aver potuto partecipare a questa Giornata Mondiale della Gioventù nonostante i costi, le distanze e le altre difficoltà di ogni genere. Durante questa settimana avremo tutto il diritto di rallegrarci e di festeggiare il ringiovanimento della nostra fede. Siamo chiamati ad aprire i nostri cuori alla potenza dello Spirito. E ai giovanissimi raccomando di vivere questa GMG con spensieratezza ed entusiasmo, senza però trascurare la preghiera e l’ascolto!

Molti di voi hanno compiuto viaggi così lunghi che potremmo proprio dire che sono giunti “agli estremi confini della terra”! Se è così va benissimo; il Signore ha detto ai suoi primi apostoli che gli sarebbero stati testimoni a Gerusalemme fino agli estremi confini della terra. Questa profezia si è compiuta grazie alla testimonianza di numerosi missionari che hanno raggiunto questa grande terra del Sud, e si compie anche grazie alla vostra presenza qui. Questi giorni passeranno velocissimi e la prossima settimana dovremo affrontare il ritorno alla normalità. Per un certo periodo alcuni di voi troveranno la vita di tutti i giorni a casa, in parrocchia, sul lavoro e nello studio, piatta e deludente. Presto, troppo presto, ripartirete tutti. Anche se adesso siete qui a Sydney, al centro del mondo cattolico, la prossima settimana il Santo Padre ritornerà a Roma e noi, abitanti di Sydney e dintorni, ritorneremo alle nostre parrocchie, mentre voi, pellegrini da tutto il mondo, farete ritorno ai vostri Paesi, vicini e lontani.

In altre parole la prossima settimana dovremo salutarci. Ma salutandoci e dividendoci per ritornare a casa dopo queste fantastiche giornate, non distacchiamoci mai da nostro Dio amorevole e dal suo Figlio, Gesù Cristo. Possa Maria, Madre di Dio, che invochiamo in questa Giornata Mondiale della Gioventù con il titolo di Nostra Signora della Croce del Sud, darci la forza di mantenere questo proposito. Per questo prego. Vieni, vieni Soffio di Dio, vieni dai quattro venti, vieni da tutte le nazioni e i popoli della terra, vieni e benedici la nostra Grande Terra Australe dello Spirito Santo.
Donaci la forza di formare un altro vasto e sterminato esercito di umili servitori e di testimoni fedeli.

Rivolgiamo questa preghiera a Dio, nostro Padre, nel nome di Cristo suo Figlio. Amen. Amen.

George Cardinale Pell
Arcivescovo di Sydney

 


Messa di Apertura GMG - omelia card. Pell (.pdf, 66 kb)

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