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1. Lettera del Provinciale

IL FRUTTO E IL SEME





Lo scritto che segue non vuole essere la lettera di "indizione" dell'anno vocazionale, e nemmeno un breve trattato della vocazione e della pastorale vocazionale. Voglio solo richiamare alcuni temi su cui fermare la nostra riflessione in questo anno pastorale-comunitario e mettere in chiaro fin dall'inizio che prima di tutto si tratta della nostra vocazione e della nostra risposta nella quotidianità della vita di persone consacrate.

Altri spunti saranno offerti nel cammino di quest'anno, perché la riflessione e la preghiera non siano momenti di buona volontà, ma segno di una scelta che ci aiuta a dare contenuto e forma ad una spiritualità che nella "vocazione" trova il senso della sua vita, il contenuto del suo ministero, una proposta di santità perse e per gli altri.


"Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato, e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta" (1 Gv 1,1-4).


1. Perché la nostra gioia sia perfetta.

E' bello notare che quanto testimonia e scrive l'apostolo Giovanni ha come fine la gioia, che ha due caratteristiche: quella della comunione in quanto  "nostra",  quella del compimento in quanto "perfetta".

Forse Giovanni vuole fare qui memoria delle parole del Signore Gesù nell'ultima cena: "Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena" (Gv 15, 11).

Quella sera ci furono parole e gesti che cambiarono la vita di alcune persone e diedero inizio ad una stagione nuova, offerta a tutta l'umanità e a tutti i tempi perché i primi testimoni furono istituiti ministri: "Fate questo in memoria di me" (Le 22,19).

Nel contesto dell'anno paolino che stiamo celebrando, è inevitabile ricordare la frase di Paolo che definisce il suo e il nostro ministero come "collaboratori della vostra gioia " (2Cor 1,24).

Celebrare un anno vocazionale è innanzitutto riscoprire la gioia di essere chiamati e rinnovare il nostro impegno ad essere collaboratori della gioia di quanti sono affidati a noi,specie dei giovani, nella consapevolezza che la gioia nasce quando la vita è vissuta come vocazione e la vocazione da senso pieno alla vita.


2. Udito, veduto, contemplato, toccato.

Un parlare ed una sequenza di verbi   ci interpellano e un poco ci mettono a disagio. Di fronte al mistero del Verbo, Giovanni chiama in causa tutta la persona nella tensione ad entrare in relazione attraverso la propria sensibilità (udire, vedere, toccare) e la propria capacità di cogliere il mistero nella maggiore profondità possibile (contemplare).

In questo anno, soprattutto, ma in ogni stagione della nostra vita, non possiamo evitare il confronto con questo testo che ci offre una misura per capire quanto siamo in relazione con il Signore Gesù, quanto la nostra vocazione vive e si alimenta di questa relazione totale, personale, profonda.

Le parole sono dette a dei credenti, a dei fedeli, a quanti per dono e per vocazione si dicono cristiani.

Le parole sono dette a noi, non importa se siamo in cammino da pochi o da molti anni, siamo nella categoria delle "persone consacrate"; noi più di altri, abbiamo possibilità e mezzi   per  pregare,   celebrare,   conoscere,   approfondire, contemplare il mistero.

Noi più di altri, quindi, ci sentiamo interpellati da queste parole.

3. Il ministero della testimonianza

Il concetto di testimonianza che tanto è presente nel vangelo di Giovanni, è qui posto in evidenza perché qualifica e sostanzia il ministero della testimonianza ora affidato all'apostolo. In questo senso tale ministero continua quello di Gesù, il primo testimone del Padre, ma anche si differenzia: solo grazie a Gesù e in Gesù possiamo essere testimoni del Padre.

Mi pare di cogliere quindi una coincidenza: in quanto chiamati siamo anche testimoni. Spesso capita di interrogarci sul come siamo testimoni in rapporto agli altri, poco forse colleghiamo invito alla sequela e testimonianza, per iniziare un discorso che pone al centro la nostra risposta, prima ancora che l'accoglienza della nostra proposta. Ancora due annotazioni.

Il ministero della testimonianza è doveroso; la nostra professione pubblica dei consigli evangelici sarebbe tradita se non fossimo testimoni di quanto promettiamo. Quindi: il ministero della testimonianza è comunitario e personale: "voi siete il sale della terra... voi siete la luce del mondo... " (Mt 5, 13, 14). E' importante questo "voi": ci chiamo in causa tutti e insieme, la vocazione è anche con¬vocazione.

4.    Il verbo della Vita

Insieme a "gioia", è "vita" l'altra parola forte che segna questo testo di Giovanni.

Mi pare che non possano essere separati, perché la vita è il contesto della gioia e la gioia dà pienezza alla vita.

Dire poi che il riferimento comune è Gesù stesso, vuol dire cogliere in questo testo giovanneo una personificazione della Parola, della Vita e della Gioia.

Un anno vocazionale aiuta a scoprire che la vocazione può essere intesa come il "verbo della vita", quella parola che dà indirizzo e senso alla vita stessa.

Scoprire il "verbo della vita" per essere più consapevoli della vocazione ricevuta; mettersi a servizio dei giovani perché ciascuno scopra e viva il proprio "verbo della vita".

5.    Il frutto e il seme

Se guardo la mia vita, scopro che la vocazione può essere letta quale frutto e quale seme, anzi se non fosse così, almeno nelle intenzioni, sto correndo invano. Essa è frutto: ha segnato le scelte della mia esistenza, con i suoi "sì" e i suoi "no"; mi ha messo dentro una storia, che un poco per volta ho assunto come la mia ; è diventata un terreno comune per una appartenenza condivisa con altri fratelli; ecc.


Tuttavia: se questo frutto per me, non diventa seme per altri, rischia di essere sprecato, ridotto ad un "narcisismo spirituale".

Per questo un anno vocazionale può avere lo slogan "del frutto e del seme", perché coniuga l'aver ricevuto e il dare, l'avere sperimentato e il testimoniare; interroga la vita interiore e la vita apostolica, ci chiede come stiamo in comunità e come stiamo in cattedra. Porta a cogliere la totalità della nostra vita nelle sue varie dimensioni.

6.    Alcune indicazioni, per essere un buon seme

6.1    Viviamo questo anno come Famiglia del Murialdo, orizzonte nel quale la "comunione di vocazioni" aiuta a cogliere il comune e lo specifico, in uno scambio di doni che arricchisce la vocazionalità specifica di ciascuno.

6.2    La programmazione comunitaria e personale, nel rispetto delle varie iniziative di Provincia - vedi nelle pagine seguenti -, si trova impegnata a mettersi in sintonia, che vuol dire soprattutto scegliere di dare un certo tono alle iniziative di sempre e magari evidenziarne alcune.

6.3    Gli incontri di coordinamento, di area, delle commissioni, sono una occasione per laici e religiosi di condividere la riflessione e tradurla in termini pastorali nei vari ambiti.

6.4    E' importante la ricaduta dei discorsi fatti tra noi e con i laici, partecipi delle varie iniziative, sulla nostra pastorale giuseppina, perché non sia un discorso di élite.

7.    La gioia di esserci

Quale frutto mi aspetto, ci aspettiamo da questa riflessione e da queste iniziative?


Credo che in ciascuno di noi ci sia l'impegno di essere fedeli alla propria vocazione, e anche il desiderio di continuare a condividerla con i fratelli di oggi e quelli di domani.

A  settembre  2008   inizia  il   noviziato,   a  settembre   si rimettono in   marcia le cose di sempre e si danno vita a nuove iniziative, a settembre ...

Se già da ora c'è in noi la gioia di esserci, perché non credere che essa alimenti il nostro cammino e cresca per rendere  più  visibile  la  nostra  testimonianza...   magari scoprendo che anche altri vogliono con noi condividere la gioia di esserci.

I nostri santi patroni ci accompagnino e ci benedicano.

p. Tullio Locatelli

cs.j. superiore provinciale


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