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Scheda n.1 - Vocazione nell'Antico Testamento (G.Boggio)






“Vocazione” è uguale a “chiamata”. Ciò esige 1) un chiamante – 2) un chiamato – 3) un motivo per chiamare. Generalmente la chiamata avviene mediante la “parola”, ma anche attraverso gesti e azioni (simboliche o convenzionali). Nella Bibbia troviamo esempi di tutte queste forme espressive, ma la più frequente è la parola.


Il valore dialogico della “Parola”.

La “parola” è “comunicazione di qualcosa a qualcuno” - ha tre caratteristiche:

- esprime qualcosa della persona che comunica (è espressiva);

- informa sui contenuti della comunicazione (è informativa);

- si rivolge al destinatario della comunicazione dal quale si attende una risposta (è appellativa); (Cfr Mannucci Valerio, Bibbia come Parola di Dio, Queriniana, Brescia 1981, pag. 15-17).

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Nella parola della Bibbia i tre aspetti sono sempre presenti, fusi tra di loro, anche se spesso uno di essi prevale sugli altri, ma senza cancellarli. Comunque non si può ridurre il messaggio biblico a semplice “informazione” (come è stata presentata la storicità della Bibbia?).

Parlando di vocazione si mette in primo piano la funzione appellativa della Parola, ma sempre in rapporto con le altre due funzioni. Attraverso la chiamata posso conoscere qualcosa di Colui che chiama (funzione espressiva) e anche posso conoscere le condizioni concrete in cui avviene la chiamata (funzione informativa).

Il vocabolario della “vocazione” si articola sui verbi che esprimono l’atto di chiamare con i derivati della stessa area semantica: scegliere, eleggere, mettere da parte per.

Chiamare significa prima di tutto dare il nome e quindi, in ambiente semitico, costituire nell’essere, cioè chiamare all’esistenza. Noi diremmo: creare. L’atto della creazione esprime la volontà del Creatore, cioè fa conoscere qualcosa del suo essere (funzione espressiva) come risulta chiaramente dal testo della Sapienza: «[24] Poiché tu ami tutte le cose esistenti / e nulla disprezzi di quanto hai creato; / se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. / [25] Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? / O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza?» (Sapienza cap. 11). [Si può analizzare il testo rilevando le caratteristiche attribuite al Creatore.]


La creazione è la prima vocazione, nel significato più generale del termine. Si possono leggere i testi che presentano la creazione sia con prevalenza dell’aspetto informativo (Genesi 1-2), sia quelli dove predomina l’aspetto espressivo (Salmo 104; Siracide 42,15-43,33) o anche quelli attraverso i quali l’autore biblico interroga i suoi lettori per provocare una loro risposta ai grandi problemi dell’esistenza umana (Giobbe 38-39; 40,6-41,26). [Analizzare i testi mettendo in luce le tre funzioni della parola a partire da quella prevalente.]

La chiamata all’essere non è statica ma dinamica. Infatti è finalizzata, cioè accompagnata da una chiamata all’azione. All’umanità, creata come immagine somigliante a Dio (Gen 1,26), è affidato il compito di continuare l’opera iniziata dal Creatore, come suo rappresentante e quindi a nome suo, cioè come se fosse lo stesso Dio (Gen 1,26b-28; 2,18-23). [Evidenziare anche qui le tre funzioni della parola, sottolineando la dimensione “ecologica”: l’uomo non è padrone del mondo, ma soltanto un amministratore. È questa la sua vocazione.]

All’uomo Dio rivolge una domanda impegnativa: Adamo, dove sei? (Gen 3,9) seguita da considerazioni di carattere prevalentemente informativo (Gen 3,14-19). La vocazione generale viene così specificata progressivamente con l’invito all’assunzione delle proprie responsabilità.


Nei testi successivi la chiamata si riveste di sfumature che la presentano soprattutto come scelta, elezione preferenziale. La scelta di Noè è collegata al suo comportamento religioso (Gen 6,8-9), mentre quella di Abramo è dovuta alla libera iniziativa di Dio (Gen 12,1-3) che lo chiama per formarsi un popolo. Anche in questi casi la vocazione, o scelta, è legata ad un compito particolare: la salvezza dell’umanità con Noè, l’inizio della storia del popolo di Dio con Abramo.

La chiamata rivolta a Mosè (Esodo 3,1-8.16-23) presenta gli aspetti che abbiamo già notato nei testi precedenti, ma aggiunge un elemento che diventerà tipico nei racconti di vocazione che riguardano i profeti: le difficoltà da parte del chiamato (Es 4,1-17) con il superamento grazie all’intervento di Dio. Da notare la funzione informativa della parola, nella descrizione delle modalità differenti con cui si presentano le diverse situazioni. Ciò dovrà essere rilevato nel confronto tra i racconti di vocazione dei profeti.

La chiamata di Mosè è finalizzata esplicitamente alla costituzione del popolo di Dio, scelto tra tutti i popoli della terra (Es 19,3-8) per esercitare una funzione fondamentale: portare a tutti gli altri popoli la conoscenza del Dio rivelato a Mosè. In questo testo le tre funzioni della parola si intrecciano strettamente: che cosa esprime il testo riguardo al “pensiero” di Dio? Con quali modalità concrete si presenta l’offerta dell’alleanza? La chiamata del popolo avviene in modo indiretto, grazie alla mediazione di Mosè che riporta al popolo le parole di Dio e riferisce a Dio la risposta del popolo (cfr Es 20, 18-21). Quest’ultimo particolare è percepito in modo piuttosto negativo dalla sensibilità moderna che sembra preferire un contatto diretto con Dio. Si rifiutano le mediazioni di persone e di istituzioni (sacerdoti, Chiesa) per cercare qualcosa o qualcuno che promette un’esperienza emotiva gratificante (ricerca di apparizioni, veggenti, guru) senza tener conto che si tratta comunque di “mediazioni”.

Oltre alla chiamata generale (umanità, popolo di Dio) la Bibbia presenta una serie di chiamate personali, sempre però rivolte all’affidamento di una missione riguardante la collettività. Si tratta di personaggi con ruoli diversi che vanno dalla politica (scelta di Davide come re: 1 Sam 16,1.11-13) alle realizzazioni artistiche (Bezaleel è scelto per costruire l’arca dell’alleanza: Es 31,1-6). In tutti i racconti di queste “vocazioni” si ripetono le caratteristiche comuni: iniziativa di Dio nella scelta, indicazione del compito da svolgere, assicurazione del buon risultato grazie all’assistenza di Dio.


Ma soprattutto i racconti della vocazione dei profeti presentano caratteristiche in parte comuni tra di loro e con i racconti precedenti e in parte propri di ciascuno. Con riferimento ai racconti riguardanti in particolare la chiamata di Geremia, Isaia, Ezechiele e Secondo Isaia, è stato individuato uno schema generale entro il quale sono inseriti i diversi elementi o momenti della chiamata.

Presentazione di Dio che chiama: (Ger 1,4; Is 6,1-2; Ez 1,1-28);

Introduzione che svela il piano di Dio (Ger 1,5a; Is 6,3-7; Ez 1,28b-2,2; Is 40,1-2);

Affidamento dell’incarico (Ger 1,5b; Is 6,8-10; Ez 2,3-5; Is 40,3-5a);

Difficoltà avanzate dal profeta (Ger 1,6; Is 6,11a; Ez 2,6.8 [implicitamente]; Is 40,6-7);

Assicurazione da parte di Dio (Ger 1,7-8; Is 6,11-13; Ez 2.6-7; Is 40,8-11);

Segno di conferma (Ger 1,9-10; Is 7,14; Ez 2,8-3,11). (Cfr Marconcini Benito, Profeti e Apocalittici, Logos 3, 2ª ed., LDC, Leumann 2007, pag. 68-69).

[È opportuno verificare e confrontare tra di loro i testi indicati per rilevarne le somiglianze e le diversità, sempre in riferimento alle tre funzioni della parola.]


[Nel confronto tra i racconti di vocazione si presti attenzione alle diversità dovute al carattere dei singoli profeti e che si mantengono costanti nel prosieguo del rispettivo libro. Così pure il rapporto con Dio muta da un profeta all’altro, ma è costante per il singolo profeta.

Verificare nella nostra realtà attuale le corrispondenze con l’esperienza presentata nella Bibbia.]



p. Giovanni Boggio


Scheda n. 1

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