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Scheda n.2 - Vocazione nel Nuovo Testamento (G.Danieli)

COLUI CHE CHIAMA È GESÙ





In tema di vocazioni, come in tutti i grandi temi, la vera novità del N.T. di fronte all’A.T., è la persona di Gesù. E’ lui che chiama. E chiama con quell’autorità che nell’A.T. apparteneva soltanto a Dio.

Quando ci poniamo a riflettere sulla vocazione nel N.T., il pensiero corre d’istinto a Gesù che a Cafàrnao, dalla spiaggia del lago, chiama al suo seguito quattro pescatori. Scrive San Marco: «Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui» (Mc 1,16–20).

Ad una prima lettura, il testo sembrerebbe far pensare che Gesù si sia rivolto a degli sconosciuti. Ma occorre immaginare che sia giunto solo allora a Cafàrnao? E che, sconosciuto, abbia chiamato degli sconosciuti a seguirlo? Il quarto vangelo testimonia in realtà che, presso il fiume Giordano, dopo il battesimo, Gesù aveva già incontrato Andrea, Giovanni e Pietro. Era entrato nella loro amicizia in punta di piedi. Scrive l’evangelista: «Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse loro: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì –che, tradotto, significa Maestro–, dove dimori?” Disse loro: “Venite e vedrete”» (Gv 1,33–39). Presto, ai primi due discepoli, Andrea e Giovanni, si aggiunse Pietro (1,40–42). Con loro Gesù tornò in Galilea e si recò alle nozze di Cana; assieme a loro, alla madre e ai “fratelli” scese infine a Cafàrnao, e vi prese dimora (Gv 1,43–2,12).

Quando chiedeva a Pietro e ai suoi compagni di abbandonare le reti e di seguirlo, era ben conosciuto da loro. Aveva iniziato il ministero annunciando, nei luoghi dove la gente si riuniva, a Cafàrnao, che il regno di Dio era giunto, ed era offerto a tutti: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Scacciava i demoni (Mc 1,21–28), liberava dalle malattie (1,29–41), perdonava i peccati (2,1–12): quei prodigi manifestavano l’avvento del Regno. Chiedendo ai quattro pescatori di “andare dietro a lui”, ossia di vivere con lui e divenire sua famiglia, intendeva associarli a sé per tutta la vita, nell’annuncio del Vangelo e nella lotta contro Satana.


Per i quattro pescatori, quella voce che li chiamò dalla spiaggia del lago, diede avvio a un cambiamento totale nel pensiero e nelle attività, e conferì un nuovo significato alla vita. Gesù sviluppò quella prima chiamata con successivi interventi, fino a dopo la sua risurrezione. Prendendosi cura del gruppo dei Dodici, seguì in particolare Giovanni e Pietro, ai quali avrebbe affidato, dopo la morte, i beni più preziosi: la Madre (Gv 19,25–27) e la Chiesa (Gv 21,15–19).

Per prepararli a continuare la sua opera, educò i discepoli ad una illimitata fiducia nel Padre; a guardare con amore e profonda compassione al popolo disorientato; a discernere gli inganni di Satana; a prendere posizioni coraggiose nella lotta contro il maligno. Un episodio esemplare si trova sul finire del c.9 di Matteo. Gesù ha appena guarito un muto indemoniato e la folla, piena di entusiasmo, esclama: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele». Ma i farisei, le guide spirituali della nazione, danno dell’opera di Gesù una interpretazione blasfema: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni» (Mt 9,32–34). Gesù si dà allora più appassionatamente alla predicazione, alla lotta contro malattie e infermità, e manifesta ai discepoli la propria pena: «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore». La salvezza delle “pecore perdute della casa d’Israele” (10,8) verrà solo dal Padre; occorre pregare: «La messe è abbondante –dice–, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!» (9,35–38).

Questo brano illumina anche il rapporto di Gesù con il Padre. E’ Gesù che chiama gli operai alla messe, ma all’origine della chiamata sta il Padre, il “signore della messe”. Nella preghiera sacerdotale, Gesù parlerà dei Dodici al Padre nello stesso modo: «Erano tuoi e li hai dati a me» (Gv 17,6).

La vocazione ha la sua sorgente nell’amore del Padre; e la risposta dell’uomo nasce, a sua volta, da un cuore che ama. Non è il risultato di tecniche umane, ma è frutto della grazia. Chi impegna le sue energie per far crescere il numero delle vocazioni, lo deve fare nella consapevolezza che ogni singola vocazione è un dono di Dio. La stessa cosa avviene per ogni crescita nella vita cristiana. Scrive San Paolo: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere » (1Cor 3,6–7). Dio chiede la collaborazione della creatura, ma l’esito, la salvezza eterna, sta al di là delle possibilità umane. Lo stesso insegnamento si trova in un celebre detto di Gesù: «Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10). “Inutili”, significa “non necessari”, di cui non c’è bisogno, o anche “inefficaci”.


Non sempre, chi è chiamato, risponde in modo positivo. E’ il caso del ricco, che domandava a Gesù come giungere alla vita eterna. Scrive San Marco: «Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni» (Mc 10,22). Quell’uomo ricco scompare con la sua tristezza; e Gesù ne commenta la rinuncia, mettendo in guardia di fronte all’inganno delle ricchezze, e dichiarando l’impossibilità, per l’uomo, di salvarsi con le sole sue forze. «Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: “E chi può essere salvato?”. Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”» (Mc 10, 23–27).

Anche il discepolo che ha accolto la chiamata iniziale e cammina con Gesù, deve vegliare e pregare sempre. Quaggiù nessuno può dirsi certo della salvezza eterna. Nella preghiera al Padre, durante l’ultima Cena, Gesù parla di Giuda con infinito dolore: quel discepolo è “andato perduto”; è “il figlio della perdizione”, ossia “colui che ha scelto la perdizione”. «Quand’ero con loro –dice–, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la scrittura» (Gv 17,12). Giuda ha fatto la sua scelta per progetti che noi non conosciamo, ma opposti all’amore verso Gesù. Nelle mani di Dio, quella scelta non recò danno al Salvatore. Benché suggerita da Satana (Gv 13,2), divenne utile per la salvezza; contribuì al compimento delle Scritture. San Paolo: «tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28).


A conclusione del racconto evangelico, Marco e Matteo pongono il comando di annunciare il Vangelo. Scrive Matteo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 19–20). Dopo il mandato, Marco ne tratteggia in modo sommario l’attuazione: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano» (Mc 16,20).

Gesù dichiara di rimanere con gli Undici “fino alla fine del mondo”: parla, dunque, della Chiesa. Parla anche di noi. Dopo la morte degli Undici, Gesù rimane con coloro che chiama a continuarne il compito. L’impegno essenziale dei discepoli, è annunciare il Vangelo: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15); San Paolo: «Annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16). L’efficacia dell’annuncio evangelico non proviene però da noi, ma da Gesù risorto, che vive con il Padre accanto a chi lo ama: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Il Padre vuole la salvezza di tutti gli uomini (1Tm 2,3–4) e dona al discepolo, anche per questo, il suo Spirito (Gv 14,25–26).

Come avvenne per Giovanni e per Pietro, ogni vocazione tende a svilupparsi nel tempo. Accolta e vissuta nella fedeltà, si trasforma in amicizia sempre più profonda con Gesù e con il Padre. Porta a “pregare sempre, senza stancarsi”, come Gesù insegna (Lc 18,1). Allora la vita di chi è stato chiamato diventa sorgente perenne di benedizioni: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto» (Gv 15,7).




p. Giuseppe Danieli


Scheda n. 2

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