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Scheda n.3 - Pastorale e vocazione (S. Currò)

Spunti di riflessione sulla pastorale giuseppina… con aperture a tutto campo






Vocazione, essenzialità e unità della vita


Nel nostro tempo emerge, in diversi modi e a diversi livelli, un bisogno di essenzialità o di andare all'essenziale. Lo avvertiamo anche nelle esperienze educative e pastorali. Avvertiamo di dover testimoniare e annunciare il cuore (l'essenza) dell'evento cristiano e del carisma del Murialdo.

Ti capita di cogliere nelle persone che incontri questo bisogno (magari non esplicitato) di essenzialità? Dove e come si manifesta?

Per una pastorale che vuole testimoniare l'essenziale può venire in soccorso la parola vocazione. Essa non dice un momento o una tappa della pastorale, ma ne dice la qualità, il senso, appunto l'essenza.

Cosa ti evoca la parola vocazione in rapporto alla pastorale giuseppina? Quale soluzione proponi al vecchio problema del rapporto tra pastorale giovanile e pastorale vocazionale? Senti che c'è in gioco la qualità di tutta la pastorale? In che senso?


Se una riflessione sulla vocazione aiuta a far emergere il senso e la qualità della pastorale, ciò avviene anche perché essa obbliga ad aperture a tutto campo. Dire vocazione significa dire la ragione ultima che spinge un cristiano, un religioso, una comunità, all'azione educativo-pastorale; significa dire l'obiettivo di tale azione; significa, poi, dire il senso di un cammino spirituale, come anche l'interpretazione dell'umano (appunto in termini di vocazione) propria dell'esperienza cristiana. Significa sentire che il nostro carisma ci porta al cuore della fede e alla pienezza della nostra umanità.

Ti capita di sentire l'intimo legame tra le dimensioni che caratterizzano la nostra vita (spirituale, comunitaria, apostolica...)? Ti sembra che il sentire la vita come vocazione possa aiutare a rigenerarci?


La vocazione come chiave ermeneutica di rigenerazione spirituale e di approfondimento del senso dell’umano


Proviamo, a partire dal nostro sentire interiore, a immaginare, in rapporto ad alcune dimensioni della nostra vita, un cammino o un'apertura o un salto sull'essenziale... o su un sentire vocazionale...


Il cammino spirituale, più che un andare verso è forse un lasciarsi raggiungere da, appunto un sentirsi chiamati. E forse il sentirsi chiamati si porta con sé un sentirsi amati... è un sentirsi (chi)amati.

Lasciarsi amare e chiamare ci porta al cuore del nostro carisma... il carisma dell'amore personale, misericordioso, attuale...

Non abbiamo forse bisogno di recuperare questa dimensione di passività? Non rischiamo forse di ingolfarci in una mentalità che esaspera la ricerca, l'impegno, l'attività, la conquista della fede (nel vortice della mentalità del consumo, del progresso, del cambiamento continuo), quando invece la fede è essenzialmente dono e grazia?

Non c'è bisogno anche che lo stare con i giovani sia nel segno dell'aiutarli a sentirsi amati? Non è forse il più grande dramma che possa capitare a un giovane, quello di non sentirsi (chi)amato?


Nell'attuale stagione ecclesiale si riflette sulla centralità da dare alla Parola di Dio e anche al contatto con la Scrittura, sia a livello personale che comunitario e pastorale. Perché non assumere la chiave vocazionale nell'approccio alla Scrittura? Essa ci testimonia una storia di (chi)amati. Ci testimonia l'iniziativa di Dio che raggiunge l'uomo, prima che la ricerca di Dio da parte dell'uomo. L'uomo biblico è il chiamato più che colui che cerca; è spesso colui che fugge, ponendo resistenze a una iniziativa altra, che lo riguarda e che non comincia da lui (si pensi alla vicenda di Giona).

Non è forse vero che talvolta il senso (vocazionale) della storia della salvezza lo catturiamo (personalmente e nell'esperienza apostolica) nei ristretti nostri orizzonti, negli orizzonti della nostra progettualità? Non è forse vero che la qualità dell'educazione cristiana è data dall'aiutare a rispondere, ad accogliere, più che a progettare? O, potremmo dire, dall'aiutare a progettare rispondendo?


Dire vocazione significa dire il senso dell'umano. Vocazione non è la sovrastruttura cristiana che sopraggiunge all'umano. Un educatore cristiano e giuseppino, a partire dall'ispirazione cristiana, dalle risorse ecclesiali e carismatiche, sa realizzare rapporti coi giovani che si giocano appunto sul senso dell'umano. E nel cuore dell'uomo c'è un appello, una chiamata.

Molta crisi dell'attuale educazione cristiana è legata al fatto che è troppo centrata su un orizzonte antropologico non vocazionale. Basta pensare ai termini che fanno da perno all'educazione: autenticità, progettualità, integrazione della fede nella vita, la fede come risposta ai bisogni dell'uomo, ecc. In realtà nel cuore del bisogno di autenticità o del bisogno di dare progettualità alla propria vita, si nasconde un appello, un richiamo a rispondere, una chiamata a riconciliarsi con il dono della vita, una chiamata a riceversi (a ricevere se stesso) in dono. La qualità cristiana e umana dell'educare si incrociano profondamente.

Non è forse vero che spesso il nostro educare appiattisce la novità cristiana su bisogni immediati, trasmettendo in definitiva l'insignificanza del messaggio cristiano stesso? Non è forse vero che il nostro educare manca a volte di profezia sul senso dell'umano, che andrebbe interpretato più in termini di dono e di vocazione?


Attenzione agli ultimi e accompagnamento vocazionale, attenzione educativa e preoccupazione pastorale… una prospettiva di integrazione nel segno della vocazione


Ma dire che va recuperata la qualità (vocazionale) non significa porre degli obiettivi troppo altri all'educazione stessa? Non potrebbe significare un'educazione che si rivolge solo ad alcuni? Cosa significa qualità vocazionale della pastorale in rapporto ai giovani più poveri e più in difficoltà?

Se la vita è vocazione ed è accorgersi che un'iniziativa d'amore ci raggiunge, lo è per tutti, anche e prima di tutto per chi è più povero, per chi sta ai margini (della società, della Chiesa, dell'opera giuseppina...). Dovremmo forse riassaporare di più l'esperienza evangelica che lo stare ai margini, lo stare fuori, è sorprendentemente luogo privilegiato di umanità e di esperienza di Rivelazione, del sopraggiungere di Dio al cuore dell'uomo.

Non è forse vero che nel Vangelo il lontano spiazza il vicino? che il vicino diventa improvvisamente lontano e il lontano vicino?

La pastorale dei più poveri e la pastorale dell'accompagnamento vocazionale sono a volte pensate come gli estremi opposti dell'azione pastorale, peggio ancora come escludentesi. Il ragionare così non è forse un segno di difetto di qualità della pastorale?


Uno dei grandi sforzi del Convegno ecclesiale di Verona è stato quello di avvicinare e pensare in termini integrati la pastorale più parrocchiale (che parte dalla catechesi, dai più disponibili alla fede...) e la pastorale più sociale o più ad extra (la presenza dei cristiani nei luoghi extraecclesiali, nei luoghi laici...).

Una rinnovata attenzione alla qualità e una valorizzazione della vocazione come chiave interpretativa e della fede e dell'umano non può aiutare a superare queste dicotomie?

La qualità vocazionale dell'educare non può aiutarci anche a superare le dicotomie tra le esperienze cosiddette più educative (scuola, centri di formazione professionale, accoglienza...) e le esperienze cosiddette più pastorali (quelle più parrocchiali, più centrate sull'annuncio della fede e sulla catechesi)? La carenza di qualità educativa non è anche carenza di qualità pastorale?

E se il senso della vocazione può aiutare a dare qualità al nostro agire coi giovani, non è forse nel senso di far emergere allo stesso tempo la qualità umana, cristiana e carismatica al nostro agire?


Vocazione, corresponsabilità e discernimento


Ragionare in termini di qualità vocazionale delle nostre esperienze apostoliche significa anche dare senso vero alla corresponsabilità educativa e pastorale.

Una pastorale con i giovani o con i laici (e non per i giovani e per i laici) è davvero possibile solo in un paradigma vocazionale, solo cioè facendo emergere il primato della grazia, del dono di Dio, della chiamata di Dio nella pastorale. E la progettazione corresponsabile non può che nutrirsi di esercizio di discernimento.

Come attivare pratiche formative con i giovani, con i laici, in comunità, ai diversi livelli, nel segno del discernimento? Nel segno cioè dell’intercettare l’azione di Dio e del dare spazio al Dio che (chi)ama?



p. Salvatore Currò


Scheda n. 3

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