Piumini Moncler Outlet
Inserisci la tua email e scegli il gruppo di interesse.

Inserisci username e password nei campi sottostanti.
Username:
Password:

Scheda n.4 - Psicologia e vocazione (A. Bissoni)






Dall’esperienza di essere amato…

Tradotto in termini esistenziali, il tema: Psicologia e vocazione che mi è stato dato, trova una base forte su questa realtà: una persona riceve orientamento e senso, a partire dalla relazione con un altro soggetto dal quale si sente amata e benvoluta. Tutte le visioni evolutive della personalità confermano tale principio, non solo, ma fondano su di esso gli stessi processi evolutivi.

E’ facile riscontrare che un bambino che riceve attenzioni e cure dai genitori deposita nella propria memoria esperienze belle che lo predispongono a fidarsi dell’altro, a sentire gioia per la sua vicinanza e presenza, a desiderare di restare in sua compagnia. E anche che attiva un desiderio di incontrarlo, di vederlo quando è lontano e non percepibile fisicamente presente. Resta invece il vuoto, il rifiuto, il bisogno di evitare l’incontro, quando l’esperienza ha caratteristiche opposte, quando cioè l’altro trasmette sentimenti di rifiuto, di indifferenza. L’esperienza di non essere amato produce anche altri comportamenti distruttivi, del tipo: espressioni di violenza, di intolleranza, di disprezzo.

L' esperienza di essere amato mette, dunque, le basi per una relazione umana aperta alla fiducia; fiducia che apre le porte all’amore stesso, permettendo all’altro di amare. Il lasciarsi amare, diventa così la ricevuta, rilasciata da sé, all’amante. E questa ricevuta gratifica, in qualche modo, chi dona amore. Lasciarsi amare è come dire all’altro: amami ancora, non smettere di amarmi!

Rimanendo dentro l’orizzonte umano, possiamo notare che la vocazione ad amare, cioè l’invito ad amare, il modo stesso di amare e la quantità di amore, è sempre incarnata in qualche persona concreta. Se “io” non ti amo, non c’è amore. L’amore impersonale non esiste. E se “io” non ti amo, non fai esperienza dell’amore, non puoi capire esistenzialmente che cosa è amore. Se io non sperimento di essere più importante della sua stessa vita, cioè della vita di colui che mi ama, io non riesco a capire la forza dell’amore; amore che rende colui che ama capace di dare, anche fisicamente, la propria vita per il bene della persona amata.

La vocazione all’amore è sempre un messaggio inviato da un amante che, prima di dirlo con segni concreti, vive nel proprio cuore la vocazione ad amare. Scoprire come una persona ha imparato ad amare, è entrare in una intimità che rivela l’ esperienza interiore che ha insegnato ad amare, fino a scoprire chi ha cominciato ad amare per primo.


All’esperienza di essere benvoluto.

Quando l’esperienza base di essere amato è sufficientemente radicata e riconosciuta, è possibile che maturi un’altra fase nella coscienza della persona: quella di comprendere il senso del bene, di scoprire quanto io sono importante per chi mi ama e di esserlo misurato sul dato che l’amante dà la vita per l’amato. Scoprire che l’altro mi vuol bene, fino a dare la vita per me, porta a scoprire la vocazione all’amore, la vocazione ad amare il vero bene dell’altro, cioè non ad amarlo perché mi ringrazi, mi aiuti a realizzare i miei progetti o perché sia il bastone della mia vecchiaia.

Il vero bene prende così il volto della vocazione all’amore. Ogni persona umana è (dovrebbe essere) benvoluta. E’ benvoluta dai propri genitori in quanto capaci di amare veramente, in modo maturo i figli; è amata da chiunque investe vita, la propria vita perché l’altro scopra la propria vocazione all’amore.

L’Educatore è tale quanto indica che la vita è il bene più grande goduto dalla persona, cioè quando indica che la vita di ogni persona è un bene che vale quanto Dio stesso. Educare è portare a scoprire quanto Dio ci vuole bene; è portare a scoprire le ragioni per le quali Gesù Cristo ha dato e continua a dare se stesso. Non per rimproverare o punire, ma perché ogni persona conosca la propria vocazione all’amore.


L’intelligenza che scopre l’amore nel dono.

L’esistenza che cerca emozioni per dare senso all’esistere stesso, che cerca esperienze autogratificanti come scopo dei programmi da realizzare, che sperimenta il vuoto per ogni frustrazione delle proprie esigenze soggettive, rischia di essere un’esistenza implosa, un’esistenza, cioè da baco da seta. Il dramma di questo baco è quello di passare tutta la propria vita nel costruirsi un bozzolo, per quanto dorato sia, per poi morirvi dentro. E’ vero, visto da una altro punto di vista, possiamo addirittura interpretare nel senso dell’altruismo l’operare dello stesso baco, sostenendo che sacrifica se stesso per donare seta dorata ad altri. Ma, in realtà, il baco perché lo fa? C’è una fase di sviluppo della coscienza umana nella quale l’io opera come il baco da seta, senza rendersi conto che ci sono molte ragioni per le quali produrre il filo di seta. Se le mie intenzioni servono progetti di sviluppo di me stesso, finalizzati cioè ad autorealizzarmi, corro il serio rischio di morire in un bozzolo, per quanto dorato sia.

Parlo di pseudovocazione ogni volta che i miei ideali personali assorbono tutte le risorse ed attività per raggiungerli. In questa fase, in altre parole, sono io-che-chiamo-me, sono io che investo me stesso per realizzare i miei sogni. In questo orizzonte egocentrico gli altri restano nella penombra, forse addirittura non visti, o forse usati per i miei obiettivi.

La coscienza psico-sociale più evoluta, esprime un più maturo stadio di sviluppo quando avverte l’altro come persona che sta davanti a me con le sue soggettive esigenze, con i rispettivi valori, ideali, in una parola con una dignità pari alla mia e quindi non negoziabile, non strumentalizzabile. Parlo di vocazione filantropica ogni volta che il soggetto decide di agire per il bene oggettivo dell’altro. Tale decisione matura solo dalla scoperta di essere stato amato precedentemente dall’altro, da qualche persona che ti ha voluto oggettivamente bene.

Una serena e sufficientemente profonda riflessione su tale esperienza personale, permette di riconoscere la modalità di gratuità preveniente con la quale l’altro si è rivolto a te. La scoperta della gratuità nell’atteggiamento dell’altro, può far scoprire l’esistenza del dono, del dono che rivela l’amore come il mandante ultimo del dono. Così viene scoperto il segreto: la vocazione ad amare scaturisce dalla consapevolezza di essere amato.


Il cuore che dice: “sì!”.

Ma non basta scoprire l’esistenza delle modalità di comunicazione dell’amore per diventare capaci di amare. Molti psicologi, filosofi, amanti della ricerca sulle modalità delle comunicazioni dell’amore, possono essere incapaci di amare. Un conto è conoscere la fenomenologia dell’amore, e un altro conto è amare. Ricordo un esempio per me illuminante. All’esterno di un laboratorio specializzato in scritte dipinte su legno, c’era scritto: “Vendo birra”. Un turista assetato entra, pregustando: “ Un boccale di ‘bionda’!”, domanda con disinvoltura. “Oggi non è proprio giornata per scherzare, signore!”, risponde l’artigiano continuando a dipingere una nuova insegna. “Ma come, fuori c’è scritto in modo seducente che qui c’è della buona birra?”... E ognuno può terminare la conversazione come la fantasia gli suggerisce.

Quello che voglio dire, in sostanza, è che frequentemente ci troviamo davanti al vuoto anche quando vedo scritto: “Casa della carità!”, o quando leggo una bella tesi sulla carità nella vita del cristiano, o in chi si presenta come “Figlio della Carità!” Non è automatico ‘gustare’ nel figlio il Padre. E’ assolutamente indispensabile che il cuore dica “si” al lasciarsi amare, al lasciarsi riempire dall’amore, per poter essere amore, per poter essere mangiato e bevuto come amore. E per cuore che dice “si”, intendo quell’atto cosciente e libero dell’io che intenzionalmente dice di “si” a Dio.

Non abitiamo, cioè, istintivamente, in un ambiente interiore caratterizzato dalla vocazione a realizzare se stesso nell’amore. La risposta alla vocazione all’amore va educata.

Le stesse motivazioni a darsi per il bene dell’altro fino ad arrivare a dare la propria vita, va educata e tale educazione passa sempre attraverso esperienze concrete di vita data.

Quello che fa passare una donna dall’essere ragazza all’essere madre, è il figlio neonato. Accettare di accoglierlo ed educarlo è dire di “sì” alla vocazione a servire la vita dando la propria vita. E’ questo il livello interiore in cui la vita viene scoperta come valore per il quale merita dare la vita. Accettare di mettersi a servizio della vita è sempre un atto spirituale. A questo punto è nata la coscienza che la vita può dialogare solo con la vita; e la vita donata esprime la misura dell’amore. La vocazione non esiste senza un soggetto che decide di donare la propria vita per la vita incarnata e spinta dall’amore.


Eccomi: mi decido di affidarmi.

L’origine della vita è un atto d’amore. L’amore crea quello spazio di accoglienza che diventa il luogo in cui il vivere della persona umana si sviluppa. Lo sviluppo è sempre la risposta ad un amore che attrae, ad un amore che chiama alla vita. Il DNA psico-spirituale di ogni persona è “programmato” per rispondere ad una chiamata attivata dal Genitore amante. Il vivere che nasce dalla relazione, trova realizzazione solamente durante la risposta all’aspirazione ad amare. Tale aspirazione rivela la seduzione di Dio.

La consapevolezza dell’io che discerne, ossia che cerca ciò che è inscritto nella volontà di Dio, è essenziale per prendere una posizione personale, per procedere e prendere decisioni. Ordinariamente anche i valori antropologici si presentano come importanti e degni di essere seguiti e serviti. L’adesione ai valori autentici esprime sempre risposta vocazionale. Qui, prima di parlare di valori in conflitto tra di loro, e quindi di conflitti vocazionali, evidenzio il dato che quelli umani e quelli rivelati sono valori conviventi, sono valori che riguardano la vita, che riguardano la dignità della persona umana. Dio è il Genitore dell’uomo, amante la vita; l’uomo è creatura, viva ed esistente per la Sua volontà amante.

Le relazioni tra gli uomini sono di qualità non interscambiabili con la relazione con Dio, semplicemente perché Dio è Altro. Non sono relazioni misurabili su di un’unica bilancia, così da stabilire confronti generatori di conflitti. La vocazione all’amore in quanto esprime il desiderio di Dio, sintonizza con la qualità dell’amore stesso di Dio, di Dio che è costituzionalmente Amore. Per questo l’amore verso il prossimo impara dalla vocazione fondamentale che spinge l’esistere a balzar fuori dalle strettoie egocentriche o dalle paludi antropologiche.

Amare l’altro come amo me stesso, educato dall’amore di Dio, coniuga le varie modalità dell’amare. La vocazione all’amore come energia che muove, immette in un processo che sviluppa la vita in un’autotrascendenza teocentrica.

Perché consapevole della personale vocazione all’amore; e perchè consapevole della iniziativa presa da Dio nell’attivare la grande vocazione lanciata alla storia dal proprio Figlio Gesù Cristo, la persona umana può dire il proprio “si”. Quanto più è maturo, tanto più è libero il proprio “sì”. “Eccomi”, accetto di affidarmi è l’atto decisivo. Ma la risposta alla vocazione ad amare ha solo aperto la mente ed il cuore per una comunione aderente ai desideri stessi di Dio.



p. Angelo Bissoni


Scheda n.4

Versione per stampa
 
2007 © Congregazione di S. Giuseppe - Giuseppini del Murialdo - Tutti i diritti riservati • Informativa sulla Privacy • P.Iva 01209641008
Design & CMS: Time&Mind