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Scheda n.5 - S. L. Murialdo, sacerdote e religioso (G. Fossati)






San Leonardo Murialdo, sacerdote e religioso


«Il buon Dio, veramente buono con me, mi ha quasi forzato a seguire le due più sublimi vocazioni che ci siano al mondo: quella sacerdotale e quella religiosa, per non parlare di quella più necessaria, cioè la vocazione cristiana» (Test., p. 65) (1). Così scrive il Murialdo nel brano Le mie vocazioni del Testamento spirituale . Alla luce di questa affermazione, ecco come il Murialdo parla della sue vocazioni e quali sono i sentimenti che egli manifesta.


Vocazione sacerdotale


«... il giorno 21 settembre 1851, festa di san Matteo, ebbi la gloria e la gioia di celebrare la prima messa nella Chiesa di San Dalmazzo. Fui assistito dall’abate Pullini e, credo, dal canonico Renaldi. Ah, come ero felice!» (Test., p. 59). In questo modo il Murialdo ricorda, dopo quarant’anni, la celebrazione della sua prima messa.

I termini “gloria”, “gioia” e “felicità”, che ritornano continuamente quando il Murialdo parla della sua vocazione sacerdotale, esprimono due sentimenti strettamente uniti tra loro: anzitutto gloria per la dignità e la grandezza del ministero a cui è stato chiamato e gioia perché la vocazione sacerdotale è stato un dono gratuito di Dio misericordioso, concesso a lui peccatore.

Infatti nel Testamento, dopo aver parlato della crisi giovanile e della conversione avvenuta con la confessione generale del 1843, il Murialdo scrive: «Ma ecco che il buon Dio voleva far risplendere ancora la sua bontà e generosità in modo del tutto singolare. Non soltanto egli mi ammise di nuovo alla sua amicizia, ma mi chiamò ad una scelta di predilezione: mi chiamò al sacerdozio, e questo solo pochi mesi dopo il mio ritorno a lui» (Test., p. 58).

Questi stessi concetti sono ripresi nel brano del Testamento in cui il Murialdo parla della vestizione clericale del 1845: «Erano trascorsi appena due anni da quando questo miserabile, a 15 anni, era un bestemmiatore, un impudico, un empio che si sforzava di cacciare dal suo spirito meschino il ricordo delle cose di Dio, anzi Dio stesso che Dio, infinitamente buono e infinitamente misericordioso, non soltanto perdona tutto, ma tutto dimentica, e sceglie per la più sublime, la più divina vocazione, per la vita sacerdotale questo indegno aborto, questo mostro di miseria e di malizia...» (Test., pp. 87-88).

Il Murialdo mette ancora in risalto la vocazione come dono di Dio, perché lontana dai suoi progetti di vita e perché immeritata, presentando la “storia” della sua chiamata al sacerdozio. Scrive il nostro Fondatore: «Quanto alla vocazione sacerdotale io non ci avevo mai pensato. Fanciullo, sognavo di diventare un giorno ufficiale. In collegio progettavo di studiare diritto perché alcuni Padri, poco prudenti, mi lusingavano dicendomi che sarei diventato ministro di Stato. Durante il corso di filosofia pensavo di studiare le scienze matematiche perché vedevo che si avvicinava l’epoca della fortuna degli ingegneri. La persona della famiglia che, in collegio e poi a casa, faceva presagire che sarebbe diventato sacerdote, era mio fratello, maggiore di me: lo chiamavano perfino “canonico”... Tuttavia Dio... ha scelto me! Egli mi ha chiamato, mi ha perfino forzato all’onore, alla gloria, alla felicità ineffabile di essere suo ministro, di essere “un altro Cristo”, di essere “dopo Dio un Dio terreno”. E dove stavo io quando mi hai cercato, mio Dio? Nel fondo dell’abisso! Io ero là, e là Dio venne a cercarmi; là egli mi fece intendere la sua voce...» (Test., p. 65).


Vocazione religiosa


Circa la vocazione religiosa, sempre nel Testamento, il Murialdo annota: «Quanto alla vocazione religiosa, essa è stata ancora più un dono non solo gratuito, ma imposto con amabile violenza. Mai avevo pensato e mai avrei immaginato di diventare un giorno religioso. Per la mia inclinazione alla libertà avevo una certa avversione ad essere religioso. Tuttavia il buon Dio lo ha fatto!» (Test., p. 67).

L’idea che la vocazione religiosa è stato un dono “imposto” da Dio con “amabile violenza”, ritorna nel brano del Testamento intitolato Dio parla a me dove il Signore fa notare al Murialdo gli innumerevoli benefici a lui concessi e la sua debole risposta a valorizzarli per il suo cammino di santità. Riferendosi proprio alla vocazione religiosa si legge questa espressione (è il Signore che parla): «Allora ti chiamai alla vita religiosa. Benché riluttante ti sforzai ad entrare in un luogo di salvezza» (Test., p. 73).

Nonostante questi suoi sentimenti, il Murialdo, dopo aver emesso la professione religiosa nel giorno della fondazione della congregazione, esprime la sua gioia e la sua gratitudine al Signore scrivendo: «... ed eccomi, grazie a Dio, grazie al buon Dio, eccomi religioso, legato tre volte a Dio!» (Test., p. 67) con i voti di povertà, castità e obbedienza.


La risposta al dono di Dio


- Il Murialdo si è impegnato a vivere la fedeltà alla vocazione sacerdotale e religiosa con un serio cammino di santità che trova nell’amore misericordioso di Dio il nucleo centrale. Scrive il Murialdo: «Dio mi ama... con amore infinito. Ah, quanto è grande l’amore di Dio per me! Ed io che amore non dovrei avere per lui? Dovrei amarlo con amore infinito Ma io non posso avere un amore così grande; il mio cuore non ne è capace... Io ti amerò, o mio Dio, almeno con tutto me stesso» (Test., p. 81). In questa dinamica teologale, fondata sull’amore, consiste il cammino di santità del Murialdo, cammino sostenuto, da una parte, dalla coscienza di non amare il Signore a causa soprattutto della sua tiepidezza, e dall’altra parte da una forte tensione spirituale, in cui il “tutto”, che ritorna continuamente nelle sue riflessioni, esprime la sua insoddisfazione interiore e, nello stesso tempo, il suo ardente desiderio di un amore più vivo tanto da desiderare di giungere ad essere «schiavo dell’amore di Dio» (Test., p. 52), espressione carica di una grande forza esistenziale e di una grande tensione spirituale. Questo cammino si è espresso in una intensa vita di preghiera, al cui centro vi è l’Eucaristia, e di carità operosa, sostenuto da autentica fede, sincera umiltà e da un costante impegno ascetico.


- Il Murialdo, inoltre, ha vissuto la vocazione sacerdotale e religiosa animato da un intenso zelo per la salvezza dei giovani, convinto che è stato chiamato a «continuare l’opera della redenzione, la grande opera di Gesù Cristo, l’opera del Salvatore del mondo» (Scritti, IV, p. 165). La missione di «salvare le anime», che si può sintetizzare nell’espressione che lui prende da san Giovanni Crisostomo, “ne perdantur” (Ep., V, 2156), è definita dal Murialdo «azione divinissima» (Scritti, IV, p. 166). Questo era lo scopo primario dell’apostolato del Murialdo verso i giovani, e questo era il vero “bene” che voleva per loro: «Salviano anime! Quante si perdono!» (Scritti, IV, p. 313) perché «quale dono poter essere salvatori di anime!» (Scritti, IV, p. 367).


- Parlando dei doni ricevuti da Dio nel brano Il figlio prodigo, Il Murialdo ricorda con particolare commozione le sue vocazioni scrivendo: «... parlo soprattutto dei benefici ineffabili e dei privilegi straordinari che egli [Dio] accordò al più ingrato dei figli, chiamandomi e scegliendomi fra “mille” - “scelto fra mille” (Ct 5,10) - alla vita sacerdotale e alla vita religiosa» (Test., p. 62).

Di qui scorga il suo atteggiamento di commossa gratitudine al Signore per le vocazioni, gratitudine che egli ha voluto che fosse richiamata nella tradizionale preghiera del Vi adoro, mio Dio..., facendo aggiungere una espressione così da risultare: «Vi adoro, mio Dio..., vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano, chiamato allo stato religioso e sacerdotale...» (Scritti, II, p. 89).


(1) Le citazioni del Testamento sono tratte da: Giuseppe FOSSATI, Storia di una conversione. Il “Testamento spirituale” di san Leonardo Murialdo, LEM, Roma 1997, pp. 45-88


Giuseppe Fossati


Scheda n.5

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