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Scheda n.9 - Vocazione e testimonianza (T. Locatelli)







1. Racconti vocazionali: similitudine e differenze.

Nella Sacra Scrittura troviamo diversi racconti vocazionali, da tutti si impara qualcosa perché da una parte sono molto simili e dall’altra hanno una qualche particolarità che li distingue.

Isaia 6, 1-9. La proclamazione del Dio tre volte santo è il contesto in cui avviene la chiamata di Isaia, per questo prima di rispondere deve essere purificato. Domanda del Signore e risposta positiva di Isaia, determinano il suo compito: essere profeta, riferire al popolo quanto il Signore vuole comunicare.

Geremia 1, 4-10. Prima ancora che nascesse Dio ha pensato a Geremia ed ora, in un tempo ben stabilito, il Signore rivolge la sua parola. Geremia non si sente pronto, per questo il Signore stende la mano sulla sua bocca e lo rende capace di annunciare al popolo la sua parola.

Amos 7, 10-17. Amasia, sacerdote di Betel, vuol chiudere la bocca ad Amos, ma questi difende la sua prerogativa: non ha scelto lui di essere profeta, ma è stato scelto; non può stare zitto perché gli è stato assegnato un compito dal Signore stesso.

Matteo 4, 17-23. La chiamata dei primi quattro discepoli da parte di Gesù, si verifica secondo Matteo dentro una cornice: l’annuncio fondamentale di tutta la predicazione di Gesù (“Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”) e una sintetica descrizione dell’operare di Gesù stesso (“Gesù percorreva tutta la Galilea insegnando… annunciando… guarendo…”).

In questi racconti è evidente che l’iniziativa appartiene a Dio, che chiama le persone interessate nel contesto della loro vita quotidiana (pastore, pescatore…), che a loro viene dato un compito ben preciso (profeta, discepoli) in favore del popolo di Dio.

Al di là dei contesti in cui le vocazioni si verificano, ognuno di questi personaggi è “due volte” testimone: di una chiamata e di un compito ad essa collegato. Sono testimoni di qualcosa che non è loro e testimoni pubblici, cioè inviati agli altri. Per questo non possono tacere, anche nella consapevolezza che nella loro fedeltà al compito ricevuto diventano testimoni della stessa fedeltà di chi li ha inviati, cioè di Dio.

La novità del racconto di Matteo, rispetto agli altri citati, sta soprattutto nel nuovo orizzonte dato dalla presenza di Gesù: chi lo segue deve far proprio il nucleo centrale del vangelo, chi accoglie l’invito si mette alla sequela di Gesù per essere testimone annunciando, insegnando, guarendo in nome suo. La centralità sta nella relazione che si viene a stabilire tra Gesù e il discepolo.


2. Religiosi-laici, comunità-ministeri

Da tempo ci siamo abituati ad un binomio: religiosi e laici. Si vuole dire che abbiamo una base comune e particolarità differenti che segnano le distinte vocazioni. Forse non siamo abbastanza attenti che nella realtà non si tratta solo di due vocazioni, ma che sia nel mondo dei laici come in quello dei religiosi si danno poi una serie di differenti vocazioni. Per il mondo del laicato non è la stessa cosa essere sposato o no, scegliere una o un’altra professione, fare volontariato, entrare in politica, ecc. Anche i religiosi si appellano molto a ciò che li rende differenti: ordini e congregazioni, religiosi-sacerdoti e religiosi-fratelli, carismi citati per fondare una proprio identità che li distingue, ecc.

Il teologo Congar ebbe a parlare anche di un altro binomio: comunità-ministeri. Forse non è del tutto da scartare. Comunità: indica il riferimento comune, fondato sul battesimo ed espresso in tanti modi diversi, i ministeri. Ogni cristiano in forza del battesimo assume il ministero della comunione perché inserito in una comunità, ogni cristiano scopre il suo modo di vivere dentro e per la comunità, realizzando in uno specifico ministero la sua vocazione. Questo binomio (comunità-ministeri) va oltre la classica divisione dei tre stati di vita (sacerdote, religioso, laico), esprime la pari dignità di ogni battezzato, mette in luce che ciascuno ha un compito da realizzare, e pone la comunità come fonte e destinataria di ogni ministero.

Anche qui si potrebbe dire che il credente scopre di essere chiamato ad una duplice testimonianza: quella di testimoniare la propria appartenenza ad una comunità e quella di testimoniare un modo proprio di stare, vivere, promuovere la comunità.


3. L’identità del testimone.

La lettura del capitolo dieci del vangelo di Giovanni presenta una lunga discussione nella quale Gesù propone la propria identità. Egli si dice mandato da Padre e ai suoi interlocutori propone di guardare le opere compiute come strada per cogliere il mistero della sua identità di Figlio di Dio: “Le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me” (Gv 10, 25). La pagina si conclude affermando che alcuni cercarono di catturarlo e molti altri invece credettero in lui. Gesù ha offerto la sua testimonianza a tutti; ciascuno ha reagito con libertà e responsabilità, accettando o rifiutando.

E’ interessante la concretezza del discorso di Gesù: le opere, ciò che tutti possono vedere e giudicare, queste sono il segno visibile di una testimonianza che ha la sua radice in Dio.

Essere testimoni non è frutto di una autocostruzione, ma risultato di una accettazione: fondare la propria identità sulla Parola di un Altro, sul mandato di un Altro. La fedeltà comporta il rischio di essere rifiutato, non creduto, nonostante le opere “belle e buone” che si possano compiere. Essere testimoni è esporsi, rischiare di persona.

Si è, infine, veri testimoni, se le opere compiute per mandato del Padre aiutano tutti a tornare al Padre: “…vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5, 16). Quasi a dire che il testimone non è padrone dei frutti della propria testimonianza, ma il vero successo è rendere partecipi più uomini e donne nel dare gloria al Padre.


4. La testimonianza dei religiosi

Come tutti partecipiamo alla testimonianza affidata alla Chiesa e insieme con tutti ne offriamo una specifica, nella Chiesa nel mondo. Inoltre l’identità carismatica aiuta ancora di più a precisare la propria testimonianza, le cui linee fondamentali ci sono date dall’esperienza del Fondatore e dei primi confratelli, dalla tradizione che ha espresso un certo stile di vita e una modalità educativa, dalla Regola scritta e riscritta perché nel tempo l’identità Giuseppina sapesse coniugarsi con il cambiamento in atto nella Chiesa e nel mondo.

Infine a noi rimane sempre il compito e la responsabilità di essere fedeli alla vocazione ricevuta, in una dinamica che l’apostolo Paolo esprime con queste parole: “Non trascurare il dono che è in te e che ti è stato conferito… Veglia su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo salverai te stesso e quelli che ti ascoltano” (1Tm 4, 14.16).

[T. Locatelli]

Scheda n.9

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