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5. Educazione come relazione (M. Busin)







Come vede e risponde all’emergenza educativa chi opera nel sociale


L’invito di P. Tullio a condividere questo sguardo mi ha costretto a soffermarmi a lungo per considerare con più attenzione del solito quanto facciamo nelle nostre comunità di accoglienza e come lo facciamo, in che cosa consistono cioè le nostre scelte e prassi educative e come le pensiamo e le realizziamo.

Queste riflessioni mi hanno costretto a fare i conti con le motivazioni che ci spingono ad agire e con i presupposti metodologici e ideologici che ci portiamo dietro.

Passaggio obbligato, direi, vista l’impossibilità dell’esistenza di uno sguardo educativo assolutamente neutro. Se penso all’azione educativa essenzialmente come ad una relazione “situata” e non “pura”, la vedo necessariamente portatrice di tutta la ricchezza e possibilità del presente, ma anche carica di tutta la sua ambiguità e indeterminatezza.

Credo stia proprio qui la possibilità che ci permette di dispiegare una vera relazione educativa: offrire nel “qui” e “ora” la possibilità di un incontro interpersonale nel quale possa avvenire uno scambio proficuo, nel quale le persone possano interagire e comunicare profondamente, riconoscersi e reciprocamente esprimere questo riconoscimento, com-patire e con-gioire, e aprire nuovi spazi al futuro e alla speranza.

Una inter-relazione quindi, che apre a nuove possibilità e perciò da riconoscere come diritto primario anzitutto a coloro che più ne hanno bisogno: i giovani più poveri.

Come avevamo confermato in quel documento del CNAM che qualche anno fa indicava i nostri indirizzi e modalità di azione:

La condivisione di vita e le relazioni da “amico, fratello, padre” sono il nostro modo di rispondere ai giovani “poveri e abbandonati”1. E’ uno stile sempre più attuale in un tempo nel quale la povertà è sempre più povertà di relazioni e di affetto. Questa intuizione, dal cuore del Murialdo e attraverso le mani di generazioni di religiosi giuseppini e murialdine, è stata raccolta e fatta propria da educatori e volontari che si sono posti prima in un atteggiamento di ascolto, di comprensione ed ora di condivisione piena di un dono che viene dallo Spirito.

Nei progetti di accoglienza l’attenzione alle relazioni, la scelta della normalità, il contesto familiare come ambiente ideale per la crescita dei ragazzi, hanno coinvolto e interpellato soprattutto laici e famiglie. E’ oggi un tempo nel quale ognuno, religioso o laico, può rileggere e tradurre il carisma dell’accoglienza murialdina a partire dal proprio stato e vocazione di vita.


Non è solo l’ansia educativa e la sensibilità del Murialdo che ci indica questo percorso, è il “fatto educativo” in se stesso che spinge verso l’altro al di là di quanto e come questo nostro movimento susciti risposta.

Forse l’emergenza educativa è anche questo: aver dato attenzione in primo luogo a chi la meritava, aver offerto formazione a chi è stato pronto ad accoglierla e a ricambiarla.

Sappiamo che se viviamo fino in fondo il nostro essere educatori lo viviamo per ogni uomo e per tutto l’uomo. E ci rendiamo conto di non essere stati buoni educatori quando ci siamo arresi di fronte ai momenti di crisi o ai rifiuti, quando non siamo stati fedeli alle nostre promesse di accoglienza.

Forse non siamo sempre stati capaci di testimoniare l’altra relazione, quella che sentiamo a fondamento della nostra stessa scelta di vita, quella segnata dalla completa gratuità e fedeltà che il Padre ogni giorno ci offre e che, come anche S. Leonardo Murialdo aveva compreso, non si basa sulla nostra bontà o disponibilità ad accoglierla, ma sulla libera e assolutamente gratuita scelta di Dio stesso.

E come ogni scelta d’amore diventa storia, vita, relazione pensata, cioè vissuta, ricordata e rivissuta, così una vera relazione educativa è sempre voluta.

Cioè attiva, non semplicemente attesa o speranza che gli eventi aiutino a far crescere e a guarire le ferite.

Ma diventa un’agire, nel quotidiano e nell’ordinario, per aiutare a vedere e a riconoscere ciò che accade dentro e fuori di noi e a riconoscere i segni che la vita lascia continuamente nella nostra mente e nei nostri cuori.

Per riproporre una simile relazione, perché possa nascere e svilupparsi è anzitutto indispensabile creare veri spazi relazionali; nei quali la relazione prevalente sia quella “verticale” (educatore – educando) piuttosto che quella “orizzontale” (educando – educando).

Anche all’interno di un contesto “plurale” o “collettivo” possiamo creare spazi e momenti nei quali i ragazzi e i giovani sono interpellati in forma non anonima, dove si possono sentire personalmente accolti.

Ma rimane il fatto che solo una dimensione che si avvicina a quella familiare ci permette quell’attenzione al singolare e quell’azione educativa che ci è richiesta dai bisogni di chi aiutiamo e che non è compiuta perché esigita dal ruolo, ma perché frutto di una scelta personale dell’educatore. Allora la relazione è connotata da confidenza e fiducia reciproche che aiutano a superare le tensioni e conservano il rapporto evitando i pericoli delle generalizzazioni e delle spersonalizzazioni.

Questi spazi o contesti non sono frutto di singoli percorsi solitari, possono nascere e svilupparsi solo all’interno di “comunità”, nascono e vivono nella misura in cui ogni educatore è capace di rendersi conto che la sua possibilità di generare e sviluppare tali relazioni è proporzionale al suo essere inserito all’interno di una comunità educativa.

Ci chiediamo spesso come trovare la via per uscire dal relativismo in cui i nostri ragazzi sono immersi e dalla continua tentazione che hanno di ridurre il vero al consenso della maggioranza. Crediamo che solo all’interno di una rete di soggetti realmente educativi sia possibile di evitare il pericolo delle omologazioni e sostenere le tensioni della singolarità e della ricerca dell’autonomia.

Questo anzitutto perché solo una rete o una pluralità di soggetti che agiscono in maniera coerente è in grado di costruire e mantenere nel tempo contesti realmente educativi. Non si tratta di riproporre una sorta di “civiltà cattolica”, ma di operare perché la società tutta, in tutte le sue dimensioni, diventi realmente educativa.

Per noi è perciò indispensabile non limitare lo sforzo educativo al solo nostro agire, a lla rete di azioni che si propongono all’interno delle nostre opere; il legame e l’azione con il territorio diventano quanto mai essenziali come lo saranno il coinvolgimento e il riconoscimento delle competenze e delle responsabilità del mondo laicale.


Un secondo livello di considerazioni riguarda il nostro “stile educativo”, le nostre modalità di comunicazione. Dobbiamo fare i conti con un pensiero morale di basso livello, dove utile e bene si confondono, dove “l’utile per me” è sentito in contrapposizione “all’utile per l’altro” o per gli altri. Diventa allora importante aprire finestre su questi vissuti e creare modalità comunicative che permettano un dialogo in profondità. E questo è possibile a patto che le relazioni educative sappiano generare comunicazioni “reali”: nelle quali cioè il terreno di incontro non sono oggetti esterni o neutri (come ad esempio “un sapere” o “un saper fare”), ma dove oggetto e condizione di comunicazione è la vita stessa, quello che ogni giorno accade e che ognuno deve affrontare, il luogo dove sono in gioco i valori a cui ci ispiriamo e che orientano le scelte di vita.

Alle scorciatoie oggi proposte dall’identificazione del “buono” con l’emotivo, il visibile, il sensazionale, dove “bello” è quello che lo è anzitutto esteticamente (e che solo per questo attrae e convince), dove il luogo in cui ci si sente appagati non ha mai riferimento alcuno a dimensioni “altre” o fuori da se stessi… proprio qui è necessario riproporre legami di fedeltà che se da una parte sanno indicare vie alternative alla ricerca della felicità, dall’altra sanno attendere il momento nel quale la nostalgia di ideali e valori più alti riemerge dal cuore dei giovani.

Qui mostra tutto il suo potenziale una vera relazione educativa: frutto di disposizione critica, diventa un percorso che sa trasmettere la capacità di vivere con libertà il pensiero corrente e l’opinione degli altri, mentre aiuta a scoprire i propri confini e le proprie opinioni, e a riconoscere loro diritto di cittadinanza.

Ma sa anche riconoscere e rispettare i tempi di ognuno, comprendendo che le relazioni e i contenuti che queste comunicano hanno bisogno di tempo per essere interiorizzati e probabilmente vanno proposti e riproposti nel modo e nel momento giusto. Giusto per l’altro, non per se stessi.

Ad ogni educatore perciò è chiesta una grande capacità autocritica: se si propone in una relazione educativa attiva e meditata, pensata e voluta, è fondamentale anche la sua disponibilità a porre tra parentesi ogni passo del processo educativo, per permettere un vero confronto, per verificarne l’obiettività e l’aderenza con la realtà, per appurarne bontà ed efficacia.

A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell'ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell'uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni»2.


Se questo è vero per chi deve crescere e formarsi, lo è tanto più per chi questi processi è chiamato ad accompagnarli. Le modalità educative che adottiamo devono necessariamente rispondere ai bisogni educativi attuali e non possono ripetere acriticamente modelli rispondenti a bisogni oggi non più presenti. Per noi educatori diventa imprescindibile sottoporre a verifica le nostre opzioni teoriche e la nostra prassi, per rimanere fedeli alla nostra vocazione.

Ma è un passo che dobbiamo fare anche rispetto alle nostre risorse.

Per noi religiosi giuseppini chiedersi quali relazioni educative possiamo sostenere oggi non è un passatempo, ma esercizio di coerenza e di adesione alla realtà. Se chi opera nel sociale dovesse sostenere personalmente ogni singolo percorso educativo diventerebbe impossibile far fronte agli impegni che ci siamo presi.

La presenza del religioso nei luoghi in cui raccogliamo i ragazzi e i giovani (e sono luoghi appositamente creati da noi, non luoghi “loro”) è certamente positiva e da auspicare, lo è però altrettanto quella di altre figure educative che, pur con modalità differenti, possono sostenere questo compito e assolvere ugualmente alle funzioni educative.

Il ripensamento del nostro ruolo rispetto al compito educativo mi sembra oggi una delle necessità più impellenti; ed è necessario chiedersi se è sufficiente “animare” le opere in cui sono impegnati i laici in ruoli educativi e gestionali o, se questa è la strada, quali modalità e quali strumenti possiamo adottare e se può bastare il nostro impegno nella formazione dei formatori.

Al di là dei possibili timori rispetto agli scenari futuri crediamo che la scelta di costruire e vivere relazioni educative all’interno di più ampi contesti di azione, concordati e coerenti, costituisca una reale possibilità per realizzare con nuove modalità la nostra sempre attuale vocazione di educatori.



1 cfr. Regolamento1873, n.9

2Lettera di Benedetto XVI alla Diocesi di Roma sul compito urgente dell'educazione.



 



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