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6. L’educazione dei giovani tra emergenze ed opportunità (Genoveffo Pirozzi)







Aiuto! Aiuto, Siamo in Emergenza! Questo è un SOS.

Quante volte lo abbiamo udito e visto in qualche scena di film.

E’ un appello, un messaggio che si lancia ad altri per essere aiutati e salvati in una situazione disperata, al limite.

Ebbene, da qualche tempo molti studiosi, educatori ed osservatori attenti della nostra società, hanno lanciato un messaggio: SIAMO IN EMERGENZA EDUCATIVA!

L'emergenza educativa, dunque, evoca un allarme sociale e sta ad indicare, nel linguaggio comune, le attuali difficoltà dell’educazione. Il termine emergenza, però possiamo intenderlo anche nel suo suo significato-base e cioè l’atto dell’emergere, il processo con cui qualcosa si manifesta e mostra la sua importanza.


SEGNALI DELL’EMERGENZA EDUCATIVA

Sia nell’una che nell’altra accezione, comunque, da che cosa sia capisce che c’è una situazione grave? Da cosa emerge che il processo educativo è in crisi ed in difficoltà? Quali sono i segnali che possiamo registrare e che possono costituire una sorta di termometro dell’emergenza?

  • Innanzitutto è sotto gli occhi di tutti una crisi della scuola la quale sembra aver accantonato qualsiasi pretesa di essere un luogo educativo al servizio dei valori fondamentali della comunità e galleggia ormai affannosamente in un mare di incertezze navigando a vista senza una rotta precisa, né un obbiettivo sociale da raggiungere; sempre più autoreferenziale in una sorta di continuo cortocircuito con la realtà.

  • Una crisi analoga attanaglia anche la famiglia, lacerata da mille conflitti intestini, disorientata nel mare aperto dell’incerto futuro, minacciata nella sua stessa identità da più parti che la vogliono assimilare alle numerose ed eterogenee situazioni di convivenza sociale.

  • Non meno problematico sembra lo stato di salute dei gruppi, delle aggregazioni, dell’associazionismo educativo, anche di tipo ecclesiale. Sono sempre di meno i giovani che scelgono di fare e stare in gruppo per confrontarsi e crescere insieme, di aderire ad un’associazione di volontariato per dedicarsi, magari, agli altri.

Da più parti, inoltre, si registra una crisi di proposte e di risposte, un affievolimento delle relazioni tra le generazioni, un disinvestimento della società nell’impegno a favore della crescita e della promozione delle nuove generazioni.

L’educazione sta diventando oggi, a tutti i livelli un compito sempre più difficile ed il motivo non è sempre e del tutto riconducibile alla ‘deriva’ del mondo giovanile tratteggiato, spesso, dal mondo adulto come universo violento e distruttivo da un lato e come apatico, demotivato e privo di sogni dall’altro.


ALCUNE CAUSE DELL’EMERGENZA

L’emergenza educativa, dunque, proprio in quanto fenomeno sociale non riducibile semplicemente a una somma di comportamenti individuali, può essere spiegato con una molteplicità di cause. Tra queste alcune sembrano richiedere attenzione più delle altre:

  • Innanzitutto la realtà odierna di incertezza, che ciascuno (e ogni giovane, in particolare) avverte in sé e attorno a sé nella frammentazione e dispersione delle identità e dei rapporti familiari e intergenerazionali, nella difficoltà di pressoché tutte le istituzioni, siano esse politiche o sociali, a rispondere positivamente alle domande e aspettative che, palesemente o in modo implicito perché difficile da formulare, si originano dall’incertezza e dalla frammentazione.

  • Ciò che è in crisi è il senso stesso dell'uomo e delle relazioni che lo costituiscono. Abbiamo come rimosso alcune evidenze elementari quali il fatto che ognuno di noi nasce in un mondo col quale deve imparare a familiarizzare e che questa familiarizzazione ha bisogno dell'amore dei genitori, dell'impegno degli insegnanti e dell'intera comunità; la probabilità che sono proprio le persone che hanno potuto sperimentare relazioni educative soddisfacenti ad avere maggiori probabilità di sfruttare a pieno le grandi opportunità del momento storico che stiamo attraversando. In sostanza sembrano traballare alcuni presupposti antropologici fondamentali, senza i quali è difficile immaginare una vita individuale e sociale che soddisfi davvero i nostri desideri di libertà e di felicità.

  • Si avverte, dunque, un diffuso smarrimento di motivazioni profonde. Questo rende i giovani più incerti di fronte alle varie impegnative scelte legate alla vita personale, meno capaci di orientarsi in un contesto sociale che, va riconosciuto, si rivela essere sempre più freddo (perché non appassionante) e talvolta ostile; sempre più indeterminabile e, almeno all’apparenza, immodificabile.

  • E così è la stessa idea e funzione di educazione ridottasi ad una mera socializzazionee/o trasmissione tecnica di saperi.In questo modo ci siamo come dimenticati della vera posta che è in gioco nell’educazione: un ideale di umanità, un ideale antropologico, tutta una tradizione, una storia, che ci interpellano e di cui dobbiamo farci carico, ognuno con la nostra libertà. Anziché puntare su un percorso formativo della persona, ci siamo come affidati a una pedagogia che ha prodotto soltanto metodologismo, neutralità delle nozioni e dei valori insegnati, disinteresse psicologico e relativismo ideologico, ma nessuna vera formazione.

  • Si preferisce ricorrere alla semplificazione, al livellamento, all’annacquamento ossia ad atteggiamenti dietro i quali si nasconde una ‘condiscendenza volgare’ verso i giovani giudicati a priori incapaci di migliorarsi. Sembra insomma non esserci più posto per una vera e propria formazione , cioè per quel processo attraverso il quale, con impegno e rigore, l’individuo assimila criticamente un determinato universo di valori. “…Qualsiasi tentativo di avvicinare qualcuno a un determinato orizzonte di valori rischia oggi di venire considerato come un attentato alla sua libertà di scelta. Ma proprio se abbiamo a cuore questa libertà occorre invertire la rotta. Essa non si conquista infatti con la neutralità etica, né rinunciando alla formazione a vantaggio della semplice comunicazione di saperi”. (S. Belardinelli)

  • In tal senso, la società sembra aver rinunciato alla missione educativa delle sue nuove generazioni. L’educazione è il bene pubblico per eccellenza. “L’educazione è sempre pubblica, poiché è implicata e tocca l'umanità di tutte le relazioni sociali. In essane va di ciò che ci costituisce come uomini: il senso che attribuiamo alla nostra vita e alla nostra libertà, i legami con coloro che ci hanno generato biologicamente e quelli con coloro che ci hanno generato culturalmente, i legami con la nostra famiglia e quelli con la nostra comunità, con coloro che sono venuti prima e con coloro che verranno dopo” (S. Belardinelli, da Avvenire 20 settembre 2009).

Una società che non si cura dell'educazione è una società che non ha a cuore l'umanità delle sue relazioni e, in quanto tale, è destinata prima o poi a dissolversi anche come società.



SFIDE E COMPITI COME EDUCATORI


Quale educazione-formazione?

Consideriamo l’educazione “un processo umano globale e primordiale, nel quale entrano in gioco e sono determinanti soprattutto le strutture portanti –potremmo dire i fondamentali- dell’esistenza dell’uomo e della donna: quindi la relazionalità e specialmente il bisogno d’amore, la conoscenza, con l’attitudine a capire e a valutare, la libertà, che richiede anch’essa di essere fatta crescere ed educata, in un rapporto costante con la credibilità e l’autorevolezza di coloro che hanno il compito di educare.

Il semplice fatto di nascere uomini implica, dunque, che abbiamo bisogno di educazione. E’ solo grazie all’educazione che diamo un senso alla nostra vita, trovando buone ragioni per amarla e per soddisfare veramente i nostri desideri di libertà e di felicità. (card. C. Ruini prefazione a: La sfida educativa, rapporto-proposta sull’educazione elaborato dal Comitato per il Progetto Culturale della Conferenza Episcopale Italiana, ed. Laterza 2009).

L’educazione-formazione è molto di più che un sapere; essa è funzione al servizio della libertà e della irripetibile unicità di ciascun individuo. Essa, riscoprendo il suo radicamento sulla tradizione cristiana e illuministica dell’Occidente, ha bisogno di tornare a essere veramente una “relazione educativa”. E tutto ciò non per rendere l’individuo un buon credente o un buon cittadino, ma semplicemente per aiutarlo a essere se stesso. Il fine dell’educazione, infatti, è quello di formare uomini veri, uomini che sappiano intraprendere la propria strada in un mondo che altri ci hanno lasciato, che possiamo anche voler cambiare, ma nel quale dobbiamo sentirci in primo luogo a casa.



Quali atteggiamenti?

Innanzitutto occorre abbandonare tutti gli atteggiamenti catastrofisti che oggi accompagnano molte riflessioni sull’educazione e sui giovani e lasciarsi mettere in discussione, come adulti, dalle loro domande e dalla loro fatica di crescere. É necessario che prendiamo coscienza che se c’è un’emergenza educativa questa riguarda prima di tutto noi adulti: essa è lo specchio dei nostri disorientamenti, delle nostre “dimissioni”, del basso profilo della nostra visione della vita. L’attuale crisi dell’educazione si affronta solo se la generazione adulta sarà disponibile a rimettersi in gioco e a rivedere il proprio progetto di vita. “Più che di emergenza educativa, sarebbe il caso di parlare di crisi dei modelli tradizionali dell’educazione. Oggi educare non ha più nulla di scontato e non può riprodurre le esperienze educative del passato. Questo cambiamento richiede che tutti coloro che hanno responsabilità educative ripensino a fondo il modo con cui riescono a mettersi in comunicazione con i più giovani, per accompagnare il processo della loro crescita in umanità, in cultura, in fede. E che lo facciano con speranza: da questo momento di crisi potranno venire non pochi guadagni: una nuova attenzione verso l’educazione, come una delle forme più tipiche dell’esercizio della responsabilità adulta e al tempo stesso come una delle esperienze in grado di rigenerare la stessa umanità degli adulti” (Paola Bignardi)


Quale presenza?

  • Esserci!

L’autentica educazione ha bisogno anzitutto di quella vicinanza e di quella fiducia che nascono dall'amore (Lettera del santo padre Benedetto XVI alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione, gennaio 2008). Occorre che gli adulti siano presenti nella vita dei giovani, non la guardino dall’esterno come spettatori e/o giudici. Occorre, invece, farsi loro compagni di viaggio, condividere la quotidianità per acquisirne familiarità e comprensione.

Esserci facendosi compagni di viaggio, amici e fratelli come diceva san Leonardo Murialdo.

Esserci ‘scommettendo’ sui giovani, stimandoli, avendo fiducia nelle loro potenzialità e capacità, proponendosi come mentori e promotori della loro energie positive e creative.


  • Esserci…insieme ad altri

Se educare è difficile, oggi nessuno può farcela da solo È finito il tempo dei battitori liberi, degli imbonitori di vario genere. Occorre che il mondo adulto, le varie agenzie educative formali ed informali instaurino nuove alleanze educative. Con pazienza e disponibilità al dialogo, occorre che famiglia, scuola, istituzioni, associazioni, si interroghino su come accompagnare insieme il cammino di crescita dei giovani e sottoscrivano ‘patti di sangue’ nel bene e per il bene dei nostri figli.


  • Esserci…coltivando insieme i sogni e appassionando alla Vita piena

Generazioni di giovani sono state addormentate dal principio di realtà, dall’aver ascoltato la raccomandazione di tenere i piedi per terra fatta da adulti timorosi.

Occorre, invece, coltivare sogni di speranza e di vita piena e per fare ciò bisogna darsi alcuni semplici criteri, come il sognare assieme, il distinguerli dai bisogni, il metterli in sinossi con la Parola di Dio, il non spaventarsi se in essi si delinea la croce, perché stanno diventando realtà.

Benedetto XVI, nella lettera sopra citata, afferma che alla radice della crisi dell'educazione c'è una crisi di fiducia nella vita. Ebbene, come educatori e comunità cristiane dobbiamo ritrovare la forza e la determinazione di metterci al servizio della cultura della vita. Il diritto all'educazione è sentirsi proporre con passione ragioni di vita!

La speranza che si rivolge a Dio non è mai speranza solo per me, è sempre anche speranza per gli altri: non ci isola, ma ci rende solidali nel bene, ci stimola ad educarci reciprocamente alla verità e all'amore’ (Lettera del santo padre Benedetto XVI alla diocesi e alla città di Roma, op.cit.)


  • Esserci…con proposte chiare ed appassionanti, con progetti avvincenti e maturanti

I giovani si appassionano per grandi sogni, sanno mobilitarsi per mete ardite ed avvincenti. E’ dunque il momento di fare proposte alte, significative, non annacquate e qualunquiste avanzate al solo scopo di ottenere consensi di facciata e sciatti compromessi.

Come adulti spetta il compito di ridurre la forbice, larga e pericolosa perché disorientante, tra la registrazione realistica dell’ambiente in cui i giovani crescono e la loro ricerca onesta e intelligente, anche se troppe volte inquieta perché inappagata, di profonde motivazioni ideali e spirituali. Essi sembrano lanciarci un appello: offrire loro motivazioni non astratte o soltanto dichiarate, bensì incarnate in persone concrete. I giovani, in tal senso, chiedono guide, maestri e testimoni. Ne avvertono la necessità, per poter dare senso e risposte alle proprie aspettative. Con quel coraggio che i giovani hanno e che non vogliono perdere.


  • Esserci…aiutando a fare scelte libere e responsabili

I giovani vanno accompagnati nell’esplorazione del mondo sostenendoli ed orientandoli alle scelte di vita, alla decodifica del mondo, alla scoperta della verità e all’utilizzo’ sapiente della libertà nella responsabilità. Contrariamente, però, a quanto pensano i fautori del “pensiero debole”, la libertà è l’esito di un paziente, faticoso percorso di scoprimento di sé, del proprio bene, che non ha nulla a che fare con le chiacchiere sulla spontaneità di fare ciò che cipiace e cose simili. Per essere liberi, occorre soprattutto sapere perché vogliamo fare una determinata cosa. E l’educazione è la strada maestra attraverso la quale impariamo questa libertà. Con le parole di Benedetto XVI, potremmo anche dire che “Il rapporto educativo è anzitutto l’incontro di due libertà e l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso della libertà”.


  • Esserci…con modalità e linguaggi nuovi

…che valorizzino creatività, interesse, capacità dei giovani Il forte desiderio di relazioni, la globalizzazione dell’informazione e dei mezzi di comunicazione di massa favorisce i contatti tra i giovani e in particolare i loro nuovi linguaggi (musicali, artistici in senso lato...). Navigare in Internet, ad esempio, è per loro naturale e li fa sentire protagonisti di nuovi mondi, abitanti di un villaggio globale. In tutte le latitudini la musica, i ritmi, le espressioni della corporeità sono gli strumenti attraverso cui passano i manifesti del modo di vivere dei giovani, il loro modo di pensare, di mettersi in comunicazione tra loro e con gli adulti, l’aspirazione agli ideali e alla realizzazione dei propri sogni.


  • Esserci...con uno stile :

  • gioioso e mite. I giovani hanno bisogno di una compagnia ed una presenza discreta, non totalizzante, non invadente, critica, dialettica ma non impositiva o moralistica! Hanno bisogno di sorrisi, di gioia letta sui volti e nella vita dei loro educatori;

  • amichevole e fraterno conviviale, mai supponente. Compagni di viaggio, co-esploratori della vita piena: questo è ciò che chiedono le nuove generazioni; è la ricerca comune, seppur difficile, è ciò che rende amici e fratelli.

  • fiducioso e accogliente disponibile all’ascolto autentico. I giovani hanno enormi ed incomprese potenzialità. Esse vanno innanzitutto riconosciute ed accolte poi anche sviluppate, valorizzate, magari anche ri-orientate. Essi, però, chiedono al mondo degli adulti, degli educatori si scommettere su di loro, di essere i loro principali sponsor.

  • paziente e tenace capace, cioè, di accettare i fallimenti, ma sempre disposto a ricominciare, ad offrire nuove opportunità per spiccare il volo, per crescere, per dialogare.


  • In conclusione:

Per reagire alla crisi e all’emergenza educativa, occorre riscoprire insieme ad essi nuove «ragioni di senso», occorre inevitabilmente riavvicinare loro – e noi stessi – alla riflessione e alla ricerca della verità sull’uomo. Il che porta a un passo ulteriore. Che cosa, infatti, dà senso alle nostre vite? Che cosa ci motiva a studiare, lavorare, spendere il nostro tempo con le persone care, aiutare il prossimo? “Io credo, afferma Lorenzo Ornaghi, si debba rispondere, senza autocompiacimento ma con semplicità e coraggio: l’amore. Come insegna Benedetto XVI nella sua prima Enciclica, Deus Caritas est, dobbiamo comprendere che solo recuperando la consapevolezza profonda del bene umano, della sua bellezza e della sua concreta possibilità, saremo in grado di accettare le sfide poste dalla realtà contemporanea. Solo intrecciando nuovamente il pensiero e l’amore, la ragione e l’umanità, potremo davvero renderci testimoni del senso più autentico della vita, per – e insieme con – le giovani generazioni”.


 



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