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9. La carità anima e sostegno della solidarietà






 






La carità anima e sostegno della solidarietà

(Chr. 41; 1Cor 13,13 ss)

 

"La carità sarà sempre necessaria, anche nella
società più giusta. Non c’è nessun ordinamento
statale giusto che possa rendere superfluo il servizio
dell’amore. Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si
dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo.”

 

 



Tre vocaboli compaiono in questo paragrafo: “carità”, “solidarietà”, “volontariato” e sono un trinomio che l’esortazione apostolica mette in relazione, quasi che una sia motivazione dell’altra. A fondamento sta la “carità”. C’è un certo pudore usare il termine “amore” per l’ambiguità che può assumere nel nostro contesto culturale. Ma di vero amore si tratta: agape – amore oblativo, amore che si dona. “Ama il Signore Dio tuo e ama il prossimo tuo” si potrebbe rendere, semplificando un po’ la ricchezza di significato del termine “agape”, con “donati al Signore Dio tuo e donati al prossimo tuo”. Mi sostiene in questo passaggio quanto trovo scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 a proposito di “carità”:

La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio”.

Siamo qui di fronte al celebre comandamento: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, che si incontra sia nel Levitico che nei Vangeli: ma mentre nel primo caso ha un valore ristretto essendo il prossimo soltanto l’appartenente alla propria gente, al proprio popolo, nell’Evangelo il termine “prossimo” assume un significato universale: il prossimo è “l’altro uomo”, chiunque esso sia, a qualunque stirpe, gente, nazione appartenga.

La seconda definizione recita:

“La carità ha come frutti la gioia, la pace e la misericordia; esige la generosità e la correzione fraterna; è benevolenza; suscita la reciprocità, si dimostra sempre disinteressata e benefica; è amicizia e comunione.«Il compimento di tutte le nostre opere è l'amore. Qui è il nostro fine; per questo noi corriamo, verso questa meta corriamo; quando saremo giunti, vi troveremo riposo»”. (Sant'Agostino, In epistulam Ioannis ad Parthos tractatus, 10, 4: PL 35, 2056-2057).

Qui il Catechismo indica, appunto, i “frutti”, le conseguenze positive dei comportamenti “solidali”, su cui non è certo difficile convenire.

 

Quanto poi alla “solidarietà”, il Catechismo stesso separa, distingue, dalla “carità”, la quale, non dimentichiamolo, è una virtù “teologale”, diversa per natura da quelle “cardinali” – prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Ascoltiamo quindi come il Catechismo la definisce:

“La solidarietà si esprime innanzitutto nella ripartizione dei beni e nella remunerazione del lavoro. Suppone anche l’impegno per un ordine sociale più giusto, nel quale le tensioni potrebbero meglio essere riassorbite e i conflitti troverebbero più facilmente la loro soluzione negoziata” (1940), “La virtù della solidarietà oltrepassa l’ambito dei beni materiali” (1942).

 

Corretta questa riflessione, credo se ne possa ricavare che la carità non è quella che intendiamo correntemente, sarebbe a dire il sostegno offerto a chi ne ha bisogno: questo aspetto della carità nella dottrine della Chiesa Cattolica è situato nelle notissime sette opere di misericordia “corporale” (accanto a quelle di misericordia “spirituale”). La “carità” in senso proprio è qualcosa di più, qualcosa che – nel momento in cui ci viene chiesto di “amare”, non soltanto “aiutare” il nostro prossimo – la rende diversa da quella che oggi la nostra cultura intende per “solidarietà”.

 

E siamo al termine “volontariato”. Nessuno può costringere gli altri ad aiutare “volontariamente” il prossimo. Su questo, sulla impossibilità di costringere i cittadini di uno stato ad essere caritatevoli o, se si preferisce, “solidali”, abbiamo un esempio proprio nel Vangelo, nella parabola che esemplifica, per così dire, il concetto di “amore verso il prossimo”: la parabola del “buon samaritano”. Come è noto prima del Samaritano che si ferma a curare un uomo percosso e ferito dai ladri, erano passati un sacerdote e un levita che proseguirono affatto indifferenti. Nel testo di Luca non si leggono parole di condanna verso i primi due, ma soltanto un elogio del terzo, del Samaritano. Ma alla fine del suo dire Gesù conclude: “va’ e fa anche tu altrettanto”. Essere prossimo ed essere solidale con il prossimo, esserci e coinvolgerci, non è più, per il cristiano un “se vuoi”, ma diventa un comandamento: “fa’”. Ricordiamo la Lettera di Giacomo: “Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: "Tu siediti qui, comodamente", e al povero dite: "Tu mettiti là, in piedi", oppure: "Siediti qui ai piedi del mio sgabello", non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disonorato il povero! Non sono forse i ricchi che vi opprimono e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono loro che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi? Certo, se adempite quella che, secondo la Scrittura, è la legge regale: Amerai il prossimo tuo come te stesso, fate bene. Ma se fate favoritismi personali, commettete un peccato e siete accusati dalla Legge come trasgressori. (Gc 2,2-9) “Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: "Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi", ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve?” (Gc 2,15-16). Per chi vuol essere cristiano la solidarietà quindi non è opzionale, un accessorio, è sì una azione di volontariato, ma perché si esprime nella gratuità.

 

La conclusione di queste veloci note sta tutta in quel ritornello di Paolo: “ma non avessi la carità…” (1Cor 13).

Ma tutto questo è detto non solo per i “christifideles laici”, ma per tutta la Chiesa, per ogni uomo o donna che voglia vivere il vangelo, qui non tiene nessuna distinzione, nessuna classificazione, qui siamo tutti impegnati, pena tradire la missione che alla Chiesa Gesù ha affidato.

Nella vita della Chiesa la “Carità” non è qualcosa di aggiuntivo, quasi la ricaduta di una ideologia giustizialista che porti ad avere uno sguardo compassionevole verso chi soffre e ci commuove.

La Carità non è neppure una solidarietà di appartenenza, il reciproco sostegno tra iniziati, proprio di altre realtà associative, molte delle quali anche rispettabili, diffuse un po’ dovunque.

La Carità è l’essenza stessa del lieto annuncio, affidato da Cristo ai suoi discepoli perché lo diffondessero e lo testimoniassero fino agli estremi confini della terra.


 


(Ferruccio Cavaggioni)




 


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