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Lettera circolare n.64 - 1 settembre 2011


GIUSEPPINI DEL MURIALDO
 
PROVINCIA ITALIANA SANTA FAMIGLIA DI NAZARETH

LETTERA AI CONFRATELLI

Lc 64/11
Roma, 1 settembre 2011

 


Il capitolo come “eccedenza”


 

Carissimi confratelli.

Durante la stagione capitolare non manca occasione di sentire pareri tra loro molto diversi che vogliono rispondere alla domanda: a cosa servono i capitoli? Qualcuno dice che non servono a nulla, tempo e soldi sprecati; nella migliore della ipotesi un bel motivo di incontro e di comunione tra confratelli; qualcosa che può far bene a chi vi partecipa, ma non più di tanto. Qualcun altro esprime una speranza, più o meno timida, perché problematiche non mancano e si sente il bisogno di una risposta valida per tutti; magari facciamo capitoli brevi che producano poche e chiare indicazioni. Altri ancora vedono nel capitolo uno spazio e un tempo buono per i soliti che ci tengono a dire la loro. Chi poi afferma la necessità dei capitoli, è messo nella categoria degli idealisti che non mancano mai; e, se si tratta di un superiore, si dice che lo fa per “obbligo di servizio”.

Forse è da recuperare un aspetto culturale, più specificatamente antropologico del capitolo. È la stessa vita che chiama in causa il rito e la celebrazione, pensiamo al valore della liturgia: essa da una parte celebra l’esistente e nello stesso tempo lo supera, perché dice parole umane e compie gesti umani mentre si rivolge e chiama in causa il trascendente. Per questo si dice che il rapporto tra rito ed esistenza è asimmetrico, perché il rito “eccede” la vita stessa, la pone su un piano non solo diverso ma alto, profondo. Riprendendo l’invito del beato Giovanni Paolo II per questo terzo millennio: è realizzare nella celebrazione il “duc in altum”, alla quale l’esistenza è chiamata continuamente perché realizzato solo parzialmente.

“Veni creator Spiritus”, iniziano così i capitoli. E già questa è eccedenza, modulata su tre registri. Veni: si sente il bisogno di chiamare in causa chi può ascoltare ed accompagnare il nostro cammino umano, che proprio perché umano ha bisogno di un sostegno che lo supera, che lo eccede, appunto. Non è solo un atto di umiltà, è espressione di apertura al trascendente, sentita come necessaria. Creator: esprime il bisogno di incontrarci per creare o ricreare un cammino, qualcosa di nuovo; indica la tensione verso il futuro che va costruito, o almeno prefigurato, pensato. E chi più dello Spirito ci può aiutare? Spiritus: non invochiamo una idea o un oggetto, ma una Persona con la quale possiamo entrare in relazione in termini di ascolto, soprattutto. Quindi anche nello stesso inno di apertura siamo consapevoli di attuare in un contesto che in parte ci supera e in parte ci stimola, e che sentiamo come nostro; se mancasse questa eccedenza ci sentiremmo più poveri.

Rimarrebbe ancora una considerazione: in che modo un capitolo può essere vissuto con questa consapevolezza? La risposta non dovrebbe essere difficile perché si tratta di un capitolo realizzato da credenti e religiosi, da parte di chi ha fatto dell’eccedenza il senso della sua scelta di vita. So benissimo che quanto abbiamo promesso nella professione non lo abbiamo mantenuto pienamente (dico per me, naturalmente) ma questo dovrebbe dare origine ad una tensione tra il vissuto e il professato. Ma sul rapporto cosa dicono e promettono i capitoli rispetto a quanto succede nel dopo capitolo, riprendo il discorso nella prossima lettera. Un saluto cordiale a tutti Buona estate ancora a tutti.

 


d. Tullio Locatelli,
sup. pr.

 



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