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Lettera circolare n.71 - 1 aprile 2012


GIUSEPPINI DEL MURIALDO
 
PROVINCIA ITALIANA SANTA FAMIGLIA DI NAZARETH

LETTERA AI CONFRATELLI

Lc 71/12
Roma1 aprile 2012

UNA SPIRITUALITA’ INCARNATA

Carissimi confratelli.

            In tempi di capitolo la riflessione sulla nostra vita di consacrati  si svolge a tutto campo, anche se ogni stagione ha la sua caratteristica. Alle volte  siamo più propensi a parlare di organizzazione e di governo data la situazione geografica e demografica, altre volte si parla molto di più di identità e significatività nel mondo e nella Chiesa. Uno dei temi che mi prende è questo: il legame della VC con l’umano in tutti i suoi aspetti, secondo una teologia della incarnazione per cui si può essere portatori di salvezza solo per ciò che si condivide e si fa proprio.

Mi sembra illuminante questo testo di un autore laico:

“Essere religiosi non significa evadere dall’umano, ma entrarvi profondamente, oltrepassando le abituali risposte umane. Significa, ad esempio, entrare nel profondo del proprio desiderio per conoscerne la natura insaziabile. Agli uomini è concessa la sessualità come risposta parziale e sempre insoddisfacente rispetto all’estensione e all’abissalità del desiderio. All’uomo di religione è dato il compito di essere all’altezza di questa estensione e di questa abissalità, per portarsi sempre più verso la sorgente del desiderio invece che verso la foce, verso la radicalità della domanda invece che verso l’inesaustività della risposta. In questa cornice la castità acquista il suo senso e con lei povertà e ubbidienza. Non si tratta di virtù o di esercizio dello spirito. Si tratta di esigenze all’altezza della incarnazione” (da U. Galimberti, Parole nomadi, Feltrinelli, Milano 1994, p. 89).

Un testo impegnativo che ci porta a leggere i voti, e l’insieme del nostro essere consacrati, in modo profondamente umano perché veramente espressivo rispetto alla fonte, all’origine, all’inizio.

Interessante la prospettiva: i consacrati non condividono la risposta, ma la domanda, la sorgente del desiderio, pensate come uniche per tutti gli uomini e quindi partecipi dell’umanità in modo profondo, in radice.

Penso che abbiamo bisogno di questi discorsi, anche se per vari motivi non occupano più di tanto il nostro pensare e il nostro pregare, tuttavia presenti per poco che ci diamo del tempo di fermarsi a cogliere il senso della nostra esistenza consacrata.

Con il gruppo dei confratelli più giovani un anno siamo stati a Bose e un altro anno siamo stati all’eremo delle Agostiniane di Saliceto, presso Siena. Perché queste scelte? Non per essere come loro, nemmeno per bisogno di imitazione, ognuno ha la propria identità. Tuttavia qualche “input” si porta via. Ad esempio nel campo liturgico e della preghiera. La nostra giornata e il nostro stile di vita sono ben diversi, ma nasce la domanda se diamo dignità al nostro pregare, se diamo tempo al nostro essere insieme davanti al Signore, se certe modalità di celebrazione e di orazione sono espressive dell’importanza che diamo ad esse. E, poi, per quello che è proprio nostro: come si collegano alla dimensione apostolica della nostra vita, alla vita comunitaria, ecc. Ma soprattutto, rimanendo nel tema di questa lettera, mi chiedo chi e dove si esprime meglio questo essere all’altezza della incarnazione? In monastero o in cortile? In cappella o nell’apostolato?

La risposta non può che essere legata alla vocazione di ciascuno, perché ogni vocazione ha in se stessa quanto occorre perché sia vissuta in pienezza e raggiunga il fine  che le è proprio in termini di santificazione e di servizio apostolico. Infine, è proprio questo che chiedo alla stagione capitolare: di essere un “capitolo” (cioè un punto fermo) sulla strada di una spiritualità incarnata, per essere significativi per e insieme all’uomo contemporaneo.

Che sia questa la strada della santità, oggi più di ieri?

BUONA E SANTA PASQUA 2012.


                                                                        p. Tullio Locatelli, sup. provinciale


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